mercoledì 10 agosto 2011

Le borse mondiali collassano? La vita continua con l'erba buona



Il biogas di Bartertown in "Mad Max - Beyond Thunderdome" di George Miller.

La festa sta finendo, per decenni si era pensato ad un futuro di “magnifiche sorti e progressive” grazie alla vittoria dell'ingegno umano sulla natura. In realtà, per i prossimi tempi, di progressivo ci sarà solo l'indebitamento e successivamente il conflitto, sia esso sociale ed interno al singolo paese, oppure fra più paesi con sbocco verso nuove guerre eventualmente di portata mondiale.

Ritengo allora che “magnifiche sorti e progressive” possano esserci, ma non adesso e, comunque, a patto che riusciamo a sopravvivere a noi stessi per i prossimi 70/80 anni. Ritengo che la tecnologia che possa permettere all'umanità di compiere il famoso “salto nello spazio” debba prevedere la possibilità di “sintetizzare” antimateria dalla luce solare catturata direttamente in prossimità della nostra stella. L'antimateria così sintetizzata dovrà allora essere opportunamente confinata in appositi “involucri gravitazionali a distorsione spaziale”, ovvero campi gravitazionali artificiali del tutto simili a quello generato dalla massa sferica terrestre ma molto più concentrati e su piccola scala. Una massa “m” di antimateria così prodotta, annichilendosi con una massa equivalente di materia, genererà a sua volta un'energia pari a E=2*mc², producendo così grandi quantità di onde elettromagnetiche da convertire in energia elettrica per mezzo di opportuni ricettori a nanoantenne, oppure da fare collimare per generare propulsione (invece di un getto di gas combustibile come negli attuali razzi, si userebbe un “getto di onde elettromagnetiche” concentrate). Ad esempio, un litro di acqua annichilendosi con un litro di “antiacqua” produrrebbe 18*1016 Joule = 5*1013 kWh di energia... 'na bella botta di vita!!

Fico eh?! Ma non adesso!!

Eh sì, per ora, e fino ai nostri ultimi giorni, ce la dovremo guadagnare a caro prezzo la nostra pagnotta! Forse qualcuno dei nostri pronipoti (se ne esisteranno, ndr) riuscirà a vedere un propulsore aerospaziale ad antimateria. Noi gente del 2011, invece, dobbiamo preoccuparci di come ricavare biocombustibile (tipicamente gas) dalle biomasse e massimizzare la produzione di energia elettrica da luce solare attraverso il fotovoltaico ed il solare termodinamico. La mobilità privata dovrà andare a biogas/biodiesel per spostamenti medio/lunghi, mentre la mobilità cittadina, auspicabilmente, sarà fondata sui veicoli elettrici.

Comunque la cosa certa è che, restando alle tecnologie attualmente disponibili, tutta la mobilità mondiale NON si potrà mai basare completamente sui veicoli elettrici; e questo per due motivi molto semplici:

  1. La disponibilità generale di energia elettrica che già adesso, a livello locale, risulta spesso appena sufficiente ad alimentare il boom nell'utilizzo dei climatizzatori durante i periodi estivi, non riuscirebbe certamente a sostenere la continua ricarica di milioni di veicoli elettrici a livello planetario.

  2. Il massiccio impiego di veicoli elettrici causerebbe una massiccia estrazione di terre rare per la costruzione dei nuclei ferromagnetici dei motori elettrici. Si tenga presente che, attualmente, la Cina produce il 95% delle terre rare comunemente usate laddove, come dice il nome stesso, tali terre non sono di certo presenti in quantità infinita sulla crosta terrestre.

Proprio in merito a questo punto va precisato che gli unici giacimenti considerevoli di terre rare, oltre a quelli della Cina, si trovano nel territorio statunitense; tuttavia essi sono in disuso da decenni in quanto non riuscivano a reggere la competizione con l'attività estrattiva cinese e comunque, anche se si decidesse di continuarne lo sfruttamento, impiegheranno una decina di anni per essere ripristinati. Si tenga anche presente che, nell'impiego che è stato messo in atto finora delle terre rare, non è stato previsto alcuno standard per il reimpiego dei nuclei ferromagnetici da esse ricavati; quindi anche il recupero e la fusione dei metalli magnetici per la costruzione di nuovi magneti comporterà necessariamente procedure di lavorazione estremamente inefficienti ed energivore.

In definitiva l'impiego di soli veicoli elettrici per tutta la mobilità planetaria non solo non è conveniente, ma non è neppure possibile. Per questo i biocarburanti sono di importanza strategica per la sopravvivenza di un minimo di mobilità che possa contribuire alla sopravvivenza, magari in una forma molto più “morbida”, del mondo industriale e del vivere civile come noi lo conosciamo.

Tempo fa pensavo anch'io che il biodiesel, ricavato da mais o colza, fosse un'aberrazione in quanto si sottraeva terreno prezioso alla coltivazione alimentare... ed infatti lo è! Tuttavia bisogna mettersi una mano sulla coscienza e farsene una ragione del fatto che, quando i combustibili fossili saranno in via di esaurimento o tenuti sotto chiave come “riserva strategica”, si dovranno ancora utilizzare gasolio e benzina e, visto che non si potranno più estrarre dal sottosuolo, essi dovranno necessariamente essere ricavati dal “soprasuolo” !! Questa non è un'opzione, piuttosto è un obbligo; pena: il ritorno all'età della pietra... o peggio.

Purtroppo però il mais, come fonte di biocombustibile, pone un serio problema: la sua coltivazione è energeticamente inefficiente rispetto alla coltivazione di piante erbacee, arbusti ed alberi. Difatti il mais impiega del tempo per germogliare e crescere dopo che l'irraggiamento solare, in primavera, inizia ad essere sufficiente per la crescita dei vegetali. Le piantine di mais devono poi essere seminate a debita distanza fra di loro, per cui gran parte dell'energia solare arriva al suolo inaridendo il terreno finché le piantine di mais non raggiungono dimensioni sufficienti a coprire completamente il suolo stesso.

Successivamente, e molto prima della fine dell'estate, la piantina di mais maturo ingiallisce e muore, finendo così di convertire energia solare in energia chimica sotto forma di chicchi di grano e fibre vegetali. L'energia solare, a quel punto, serve solo per rinsecchire completamente la pianta di mais e renderla così pronta alla trebbiatura. Anche la coltivazione di colza è soggetta a questo tipo di inefficienza. Per questo è decisamente conveniente, e forse risolutivo, usare l'insilato d'erba per la produzione di gas in luogo del mais o di altre graminacee.

L'insilato d'erba è un “cocktail” di erbe realizzato in modo che, nei campi su cui esso è coltivato, l'erba cresca uniforme e molto fitta durante tutto il periodo dell'anno in cui l'irraggiamento solare consente la crescita dei vegetali. Opportune macchine falciatrici eseguono allora periodicamente delle “tosature” sui campi di insilato tagliandolo e raccogliendolo a debita altezza dal suolo in modo che esso possa ricrescere senza problemi ed essere “tosato” a più riprese fino all'autunno inoltrato. Non esistono quindi periodi morti in cui l'irraggiamento solare non venga sfruttato per la crescita delle piante; da questo punto di vista, la coltivazione dell'insilato è decisamente conveniente, non c'è storia!

Ma che cosa ci si può fare allora con queste massicce quantità di falciato erbaceo che si rigenerano durante tutta la bella stagione? Biogas!

Il falciato può infatti venire tritato e mescolato con i reflui degli allevamenti di suini ed ovini per formare una poltiglia liquamosa da dare in pasto ad opportuni digestori, ovvero degli enormi silos in cui apposite colonie batteriche si nutrono di questa poltiglia producendo appunto gas metano. Gli scarti di questo processo sono infine ricchi di minerali e sostanze che possono partecipare alla concimazione dei terreni che genereranno altro insilato d'erba oppure altri alimenti per gli allevamenti, e così via...

Alla fine, per la produzione di biogas da insilato e reflui degli allevamenti, non si chiede altro che coltivare erba, niente di più semplice. Nessuno poi vieta di coltivare patate o pomodori in un terreno che l'anno precedente era coltivato ad insilato. La medesima "rotazione" non puo' essere invece implementata sui campi di pannelli fotovoltaici, ad esempio. Quindi, da questo punto di vista, la gestione della produzione di biogas è decisamente flessibile. Nella sostanza, con tutto il rispetto per le altre fonti rinnovabili, promuovo la produzione di biogas, nei termini sopra descritti, come fonte di energia rinnovabile veramente risolutiva!

Ma risolutiva de che?

Certo, il biogas, assieme a tutte le altre rinnovabili, non può salvare il mondo intero dal collasso industriale; tuttavia, volendo, ne potrebbe salvare una parte. Quale che sia questa parte, e da quanti/quali individui ed attività industriali essa possa essere composta, non è dato a sapersi; questo dipenderà da scelte politiche, dai sentimenti della gente e dalla volontà del singolo individuo. Quel che però è certo è che i biocarburanti non saranno mai sufficienti per 7 miliardi di persone; no lo sono stati neppure i combustibili fossili ai tempi in cui, se si voleva più petrolio, bastava eseguire altre trivellazioni.

Ma i tempi ormai stringono, aggiungere altre perforazioni non è più sufficiente, può solo mitigare i problemi. Le borse hanno già iniziato il loro secondo ciclo di ribassi e “panic selling” dopo il 2008; questo tracollo borsistico anticipa di 3-4 mesi ciò che accadrà nell'economia reale: una nuova fase recessiva. Tutto ciò è dovuto all'esaurimento del petrolio di buona qualità, cioè quello facile da estrarre e da raffinare. Difatti, poiché la produzione di qualsiasi materia prima e l'estrazione di qualsiasi minerale richiedono ingenti quantità di petrolio, tutti i costi di produzione industriale salgono inesorabilmente; conseguentemente salgono anche i prezzi dei prodotti finali di consumo, uccidendo così il potere d'acquisto dell'operaio/impiegato a stipendio fisso. La gente inizia allora a privarsi di beni e servizi prima considerati “diritti ineluttabili”; i consumi si riducono, l'economia nel suo complesso si contrae.

I biocombustibili non possono, a questo punto, salvare l'economia mondiale, essi dovranno invece essere sufficienti per il sostentamento di una parte di essa. Per un certo tempo si assisterà a diversi cicli oscillatori verso il basso dell'economia e ad una spaventosa volatilità nel costo delle materie prime. Dal 2007 si sta infatti avverando la seguente sequenza di fasi economiche: 1) le riserve di petrolio e minerali di buona qualità iniziano a scarseggiare mentre la popolazione mondiale è lanciata, sequendo una crescita esponenziale, verso quota 7 miliardi; 2) l'offerta non riesce più a far fronte alla richiesta, per cui crescono a dismisura i costi degli energetici e delle materie prime e di tutto ciò che da essi derivano, compresi i prodotti finiti (anche alimentari) e i servizi; 3) il maggior costo delle vita abbatte i consumi, quindi l'economia si contrae, molte attività ed imprese chiudono i battenti e diminuisce la richiesta generale di materie prime; 4) si registra allora un surplus di materie prime sul mercato, quindi calano i costi delle stesse e, conseguentemente, dei prodotti finiti e dei servizi; 5) chi nel frattempo è sopravvissuto con un'attività o un salario regolare alla recessione di cui al punto 3°, si ritrova improvvisamente con maggior potere d'acquisto rispetto al punto 1°, quindi riprendono i consumi; 6) inevitabilmente aumenta di nuovo la richiesta di materie prime ed energia.

Da qui, il ciclo si ripete riprendendo dal punto 1°, ma questa volta con un PIL globale inferiore rispetto all'inizio del ciclo precedente; difatti nel frattempo si sono consumate altre materie prime (riducendone la disponibilità a livello planetario) e molta gente è uscita dal mondo del lavoro soprattutto perché molte imprese sono fallite o hanno ridotto il proprio fatturato.

Durante questi cicli tutte le materie prime hanno costi estremamente volatili, ma l'automatismo della riduzione nella richiesta, di cui al 3° punto, fa sì che esse non superino mai dei costi oltre i quali l'economia mondiale sarebbe condannata al collasso totale. Il vero problema allora è che, ad ogni ciclo recessivo, sempre più gente resta senza lavoro e non ha un salario con cui mangiare. Soprattutto i più giovani non vedono un futuro e la disoccupazione inizia ad essere percepita come una malattia mortale che colpisce a caso, un po' come un morbo infettivo di origini ignote. Molti padri di famiglia, poi, non riuscendo più a portare a casa uno stipendio e non potendo ammettere davanti ai propri figli di essere dei “perdenti”, scaricano tutta la responsabilità di questa loro condizione sullo Stato e si arrampicano in protesta sui tetti e sulle gru. Purtroppo, quando il numero di questi disagiati diventa confrontabile col numero di coloro che in qualche modo se la passano ancora bene, la situazione degenera nello scontro sociale al punto che i tetti si svuotano di cassintegrati in protesta, ma le piazze si riempiono di gente incappucciata che lancia le molotov.

Naturalmente le imprese ed i professionisti che riescono a sopravvivere alla fase 3) del CEOR (= Ciclo Economico Oscillatorio-Recessivo), entrano nella fase 5) con la disponibilità di risorse e clientela rilasciate dai diretti concorrenti che sono stati costretti a chiudere baracca proprio durante la fase 3). Non a caso, malgrado la crisi “dilagante”, in giro si vedono ancora tante Audi, BMW, Mercedes e tanti SUV all'ultimo grido. E questo con buona pace di operai ed impiegati che vedono il loro stipendio perennemente inchiodato a 1000/1200 € al mese, mentre il costo della vita cresce a vista d'occhio; difatti ormai (ma questo loro non lo sanno) siamo già al termine della fase 2) del secondo CEOR (il primo ha avuto inizio attorno al 2006/2007) e le buste-paga tendono ad alleggerirsi anziché aumentare.

Morale della favola.

Nota la causa dei famigerati CEOR ed appurato che non ci si può porre rimedio, dove si andrà allora a finire? Da una parte è inutile accanirsi per consentire al mondo intero di vivere come ha fatto finora, tuttavia non ci si può neppure rassegnare al ritorno al medioevo. La vita continua insomma... o almeno si deve fare il possibile affinché continui. Se i combustibili fossili si esauriscono, è necessario quindi trovare il modo più efficiente per produrre biocombustibili in modo rinnovabile. Naturalmente il nostro pianeta può produrre, nella forma di vegetali da lavorare, solo una quantità limitata di energia ogni anno. Ne consegue che ciascuna nazione che desideri vivere in pace ed in equilibrio col proprio territorio dovrà fare in modo che la propria richiesta di energia scenda fino ad incontrare ciò che, in termini di energia, il territorio stesso riesce ad offrire; tale risultato essa dovrà conseguirlo anche a costo di ridurre opportunamente la propria popolazione, sia che si proceda attraverso un'apposita pianificazione demografica oppure che si lasci che sia la natura stessa, attraverso la fame e l'indigenza, a ridurre “forzatamente” il numero di abitanti.

Contestualmente, se si riuscirà a rendere più efficiente la produzione di biocombustibili, tanto meglio! La scelta della coltivazione dell'insilato d'erba (piuttosto che il mais o la colza), assieme allo sfruttamento dei reflui zootecnici per la produzione di biogas, andrebbe allora proprio in questa direzione: massimizzazione del combustibile prodotto a parità di terreno coltivato.

Questa ricerca di un equilibrio naturale non dovrà allora servire all'economia per crescere, né tanto meno alle borse mondiali (che no esisteranno più) per salire, ma servirà a ciascuna nazione per raggiungere un tenore di vita decente senza dover muovere guerra ad altre nazioni. Il vero economista non sarà più l'edonista incravattato che si dilunga in trastulli mentali sulle opportunità di business e di investimenti, ma sarà colui che troverà i giusti metodi per consentire alla propria gente di lavorare e vivere in equilibrio con le risorse del territorio.

Impresa impossibile? Dobbiamo almeno provarci. Anche se questo non accadrà in tutto il mondo, forse potrà accadere “da qualche parte” nel mondo e i fortunati che vivranno in queste “oasi” relativamente felici saranno eternamente grati a chi, decenni prima, ha pensato efficacemente al loro futuro.

Tutte le discussioni in merito alle soluzioni alla crisi che si sentono in questi giorni (Agosto 2011, ndr) sono semplicemente parole al vento: l'innalzamento dell'età pensionabile, la riduzione del costo del lavoro, il taglio agli sprechi, l'investimento in infrastrutture etc etc. Nulla di tutto ciò, benché argomento di notevole importanza a prescindere da qualsiasi crisi, sarà la vera soluzione dei nostri problemi. Il vero problema è che l'industria, la società ed il vivere civile hanno bisogno di energia e di materie prime per andare avanti. La benzina (quella buona) si sta esaurendo e l'economia sta implodendo NON a causa degli speculatori ribassisti, ma a causa dell'anemia di risorse dei nostri tempi.

Lasciamo però che la gente creda ancora che la colpa di tutti i nostri problemi è degli speculatori; così, finché tutti scaricano le loro frustrazioni su questi capri espiatori, qualcuno come il sottoscritto, lavorando nell'ombra, farà il possibile per capire come rendere ancora possibile la vita su questa Terra.

La vita continua insomma, con l'erba buona... ma non quella che si fuma!

lunedì 21 febbraio 2011

Il peso dello scarto nei pomodori da conserva ed il costo della benzina alla pompa




Quando ero adolescente, durante l'estate, normalmente andavo a lavorare in campagna per la raccolta di pomodori, pesche, mele e pere. In particolare, compiuto il mio 14° anno di età, decisi di cimentarmi nella raccolta dei pomodori, sotto il sole d'Agosto, al soldo di un contadino della mia zona che li vendeva sia al mercato provinciale che alle industrie delle conserve.

Chiaramente i pomodori destinati all'industria, siccome venivano processati in quantità (per l'appunto) industriale senza distinzione di qualità, peso, maturità o gusto, al chilogrammo erano decisamente meno remunerativi dei pomodori di prima scelta venduti al mercato. I processi industriali di produzione di pelati e conserve epuravano il prodotto “grezzo” meccanicamente o per mezzo dell'intervento di operatori umani che, in quanto tali, necessitavano di un'opportuna retribuzione. Nei pomodori raccolti per l'industria c'era allora molto scarto, che naturalmente l'industria non voleva pagare.

In linea di principio si sarebbe potuto raccogliere solo pomodori di prima scelta, tuttavia nella raccolta di un'intera coltivazione è inevitabile fare dello scarto; inoltre se si lasciano sulle piante i pomodori ritenuti di scarto perché troppo piccoli o ammaccati, questi possono fare marcire i pomodori ancora maturandi, possono appesantire inutilmente le piante a cui sono attaccati ed inoltre rendono difficoltosa la raccolta agli operai agricoli che ogni tanto, sotto il sole d'Agosto, prendono inavvertitamente in mano questi “slimer” rossastri nauseabondi. In definitiva, piuttosto che buttare via tutto lo scarto, visto che per un motivo o per l'altro conveniva raccoglierlo, lo si rifilava alle industrie delle conserve.

Tutto bene ad inizio stagione, quando le piante sono fresche ed i pomodori (pure quelli di “scarto”) sono belli rossi e tutti turgidi. Ma poiché, a questo mondo, la vecchiaia avanza anche per le piante di pomodoro, giunge inesorabile, verso la fine della bella stagione, il momento di sbarazzarsene malamente. In tale periodo, di fatto, le piante producono ancora pomodori, ma quasi esclusivamente di scarto. Chiaramente, finché le piante producevano principalmente pomodori di prima scelta, aveva senso, con un minimo sforzo, mettere da parte i pomodori di seconda scelta che venivano raccolti strada facendo; ma quando resta solo un prodotto di seconda scelta sottopagato dalle industrie, non ha più senso perdere tempo a chinarsi sulle piante per staccare un pomodoro alla volta.

In definitiva, a noi ragazzi che lavoravamo in quella raccolta, verso fine Agosto veniva ingiunto di sradicare brutalmente le piante alla radice e di scuoterle sull'apposito cassone in modo che tutti i pomodori rimasti attaccati precipitassero “per gravità”, naturalmente in compagnia di foglie e terriccio vario. Se qualcuno allora, ogni tanto, sente un po' di sabbietta nella degustazione della prelibata pasta al pomodoro da discount... beh, può immaginarne il motivo.

Si può capire allora perché i pomodori “grezzi” che escono dalle aziende agricole vengano quasi regalati alla grande distribuzione, mentre il pomodoro “perfetto” presentato al bancone del supermercato, frutto di un'accurata selezione e confezionamento, ha un costo decisamente impegnativo per la povera massaia di città. Questo effetto dello scarto, naturalmente, si somma all'avidità della grande distribuzione che, per distribuire il prodotto del misero contadino, gli impone prezzi del prodotto grezzo assolutamente ridicoli.

Qualcosa di analogo accade anche alla filiera di estrazione-raffinazione-distribuzione del petrolio. Quello che veramente conta non è tanto il costo del greggio, la cui qualità può peggiorare col tempo, ma il prezzo della benzina alla pompa, estratta dal greggio stesso e la cui qualità è prefissata da opportuni standard per impedire che i motori si ingolfino per via delle eccessive impurità nel carburante. Insomma, la benzina è quella che finisce nel serbatoio delle macchine, non il greggio!! Questo NON è un dettaglio da poco e bisogna farsene una ragione. Finora la qualità del greggio è sempre stata mediamente costante; quindi è sempre stata pressoché costante la “fatica” che si doveva fare per estrarre il prodotto finale utilizzabile dall'utente finale automobilista o camionista. Quindi, finora, l'andamento del costo dei carburanti, sia nelle quotazioni di borsa che alla pompa, hanno sempre seguito abbastanza fedelmente l'andamento del costo del barile; da qualche mese a questa parte, invece, si assiste ad una biforcazione crescente fra costo dei carburanti e del greggio: quando il costo del greggio decresce, il costo delle benzina rimane pressoché invariato; quando il costo del greggio cresce o rimane abbastanza stabile, il costo della benzina aumenta... anche di poco però aumenta!

Queste considerazioni non sono frutto di statistiche occulte o rumors della Rete che nessuno può verificare; basta confrontare l'andamento del costo del petrolio con quello della benzina al seguente link: http://it.advfn.com/materie-prime/. Quindi, per comprendere in tempo reale gli effetti del picco del petrolio CONVENZIONALE, che ha avuto luogo in modo molto smussato a partire da 2005/2006, non è proprio conveniente considerare il costo del greggio in sé; piuttosto è più interessante raffrontarlo con l'andamento dei prezzi sui futures di benzina, gasolio e cherosene. Quelli sono i carburanti che si presentano alla pompa e che sono bruciati dai mezzi di trasporto di tutto il mondo!

Per ritornare alla metafora agreste del pomodoro, anche il prodotto grezzo raccolto dal contadino vale una miseria, ma quello che si presenta sul bancone del supermercato viene venduto (come sembra dire il nome stesso “pomo d'oro”) a peso d'oro. Analogamente, non deve destare scandalo il fatto che il costo del barile sia stabile o in calo e, contestualmente, il costo della benzina alla pompa sia in lenta ma inesorabile crescita. Si parla tanto male dei benzinai o delle compagnie petrolifere che alzano il costo della benzina a ridosso delle vacanze per massimizzare i profitti, quando in realtà la vera questione sta semplicemente nella qualità media del greggio che continua a peggiorare progressivamente in tutto il mondo... La benzina finora CI E' STATA REGALATA, è questa la verità! Tutto grasso che è colato fino a questi ultimi tempi! Ma, naturalmente, questo concetto è ancora oscuro all'automobilista miserabile intento ad arrivare a fine mese nonostante il caro dei carburanti.

Ad ogni modo, difronte ad un evento inevitabile di immani proporzioni come il picco petrolifero, siamo tutti miserabili; il fatto sostanziale è che, per un motivo o per l'altro, il costo dell'energia crescerà, e con esso il costo della vita. Conoscerne le vere cause allora non serve tanto a risolvere i problemi in sé e per sé, ma piuttosto serve a guardare a certi problemi con occhio disincantato e consapevole senza aizzare la propria ira contro falsi capri espiatori... Questo certamente non serve a salvare il mondo ma, a parità di condizioni, può aiutare ciascuno di noi a vivere un po' meglio e con maggiore serenità difronte a problemi che, in passato, non avremmo mai pensato di dover affrontare.

giovedì 6 gennaio 2011

Gesù, Buddha e i Supersaiyan contro l'Impero - Una divagazione sulla lotta millenaria fra crescita spirituale e crescita patrimoniale




Ogni uomo o donna, sulla faccia della Terra, aspira ad un domani migliore per sé e per la sua discendenza. Questo vale anche per chi abbia già ottenuto il massimo che la vita, la tecnologia o la natura possano offrirgli. Ciò che inizialmente era l'aspirazione a condizioni di vita dignitose, successivamente diventa avidità. Insomma, la vita continua anche di fronte alle peggiori sciagure, si guarda sempre avanti, non si può tornare indietro, neppure ci si può fermare. Bisogna sempre crescere, crescere, crescere... ma in che cosa?

Anche il kamikaze mussulmano integralista si suicida per uccidere altre persone presunte infedeli e, secondo tale superstizione, salire in un sol colpo nella graduatoria spirituale per ritrovarsi, sic et simpliciter, nel paradiso eterno al cospetto di Dio. Questo è un esempio estremo, anzi estremista, del concetto di crescita spirituale che una persona può avere. Tutte le altre religioni invece propongono una crescita spirituale progressiva, attraverso le prove della vita, la rinuncia e la preghiera. In particolare il Buddha e Gesù invitavano all'annullamento di ogni forma di proprietà e desiderio. Da questo punto di vista essi risultano antitetici all'Ebraismo che appare come una religione fortemente patriarcale, in cui si afferma l'ineluttabilità della proprietà privata, concretizzata nel comandamento “Non desiderare la roba d'altri”. Di tale proprietà privata, fra l'altro, farebbero parte anche le donne: “Non desiderare la donna d'altri”.


Di certo Gesù, che molto diplomaticamente non voleva contraddire nessuna delle antiche scritture, accettava questi comandamenti ma intendendoli, all'incirca, nel senso di “non invidiare il prossimo, accogli ciò che la vita ti offre”. Se interpretati nel senso letterale, tali comandamenti appaiono invece come un'apologia della proprietà in patriarcato. ATTENZIONE però, per patriarcato non si intende esclusivamente l'autorità che i padri di famiglia possono esercitare su mogli e figli, bensì, più in generale, si intende il diritto di qualcuno di possedere ed esercitare il proprio comando, totale o parziale, su un insieme di cose/persone e di decidere della loro sorte, naturalmente a proprio vantaggio.

Ora, la struttura organizzativa che vige a livello familiare, si estende inevitabilmente anche ai vertici governativi di una nazione. In particolare le monarchie nascono proprio per governare popolazioni fortemente patriarcali, NON certo per governare popolazioni che credono nell'uguaglianza e nella fraternità. Più in generale, le istituzioni di un Paese tendono normalmente ad omologarsi all'organizzazione che vige nel substrato sociale, composto da famiglie e piccole comunità... e viceversa. In questo modo l'intera nazione è composta in modo omogeneo dalla medesima “materia”, e tutti i livelli istituzionali possono interagire parlando il medesimo linguaggio e condividendo i medesimi valori, siano essi imperniati sull'amore e sul rispetto degli ultimi della Terra, o sulla venerazione del potere e della guerra.

Naturalmente Gesù, parlando alla gente di amore e rispetto nei confronti degli umili, minava alla base le convinzioni su cui si fondava l'Impero, secondo cui era bello e gradito soltanto ciò che risultava utile a vincere e dominare. Non per niente i primi cristiani erano torturati e crocifissi pubblicamente, trattamento questo che Roma riservava ESCLUSIVAMENTE ai traditori dell'impero. Proprio Gesù fu il primo cristiano a cui venne riservato questo trattamento; d'altra parte se gli Israeliti dell'epoca avessero deciso autonomamente di uccidere Gesù, lo avrebbero fatto lapidandolo (poco importa che Ponzio Pilato abbia fatto crocifiggere Gesù per acclamazione degli Israeliti, quella fu soltanto una farsa; ma purtroppo questo non si potrà mai provare...).

Anche dopo la morte di Gesù, si fece il possibile per insabbiare ogni testimonianza degli insegnamenti "rivoluzionari" contenuti nel suo Lieto Annunzio.
Difatti anche quando il Cristianesimo iniziò ad essere tollerato e, in ultima istanza, venne confermato come religione dell'Impero, i poteri forti fecero di tutto per impedire la traduzione e la copia dei Vangeli. Per la legalizzazione della traduzione e diffusione dei Vangeli bisognerà attendere la breccia di Porta Pia; fino a quel tempo, a parte la prima parentesi di Cristianesimo genuino ai tempi delle persecuzioni, la Religione Cattolica fu solo un insieme superstizioni, leggende sui santi (o presunti tali) e feticismo delle reliquie.

D'altra parte lo Stato della Chiesa non era altro che un'emanazione dell'antico Impero Romano in cui era ancora vivo il concetto maschilista di pater familias che decideva sulla vita e sul il destino di moglie e figli. Non a caso, anche oggi, un prete viene chiamato “padre” benché non abbia mai avuto un figlio in vita sua. Gli insegnamenti di Gesù erano allora in pieno contrasto, fra l'altro, anche con questo becero maschilismo che pretendeva di vedere la donna come una proprietà del pater familias.


A prova della notevole considerazione che Gesù aveva delle donne, si possono prendere in considerazione i seguenti punti:

  • Nessuna donna, in tutto il Vangelo, tradisce o rinnega Gesù. Difatti sono le tre Marie a rimanere sotto la croce fino all'ultimo mentre gli apostoli sono tutti scappati o si sono nascosti dopo averlo rinnegato.
  • Gesù, in diverse occasioni, se la prende con i suoi apostoli perché ritiene che non abbiano abbastanza fede. In tutto il Vangelo, invece, non c'è mai una donna che sia scarsa di fede nella sua parola.
  • Nel Vangelo l'unica persona a controbattere alla volontà di Gesù è una donna cananea, appartenente fra l'altro ad una popolazione che la civiltà ebraica riteneva fosse da sterminare (“Donna davvero grande è la tua fede, ti sia fatto quanto hai chiesto”, Matteo 15-28).
  • Gesù accetta di realizzare il suo primo miracolo su richiesta di sua madre Maria.
E' poi certo che, nel contesto di una cultura violenta e patriarcale, molte prove della considerazione che Gesù coltivava nei confronti delle donne siano state censurate od occultate fin dall'inizio dell'evangelizzazione. Poco importa allora che gli apostoli fossero tutti maschi. Difatti per loro si prefiguravano tempi di enormi fatiche e privazioni, viaggi pieni di pericoli e, in alcuni casi, tortura e prigionia. Queste sono tutte fatiche che una donna, dal punto di vista fisico, difficilmente riesce ad affrontare. Durante tutto il Medioevo, la Chiesa di Roma ha invece dato l'idea che vi fosse stato un disegno specifico nell'affidare la prima evangelizzazione a 12 persone di solo sesso maschile; ha fatto cioè credere che solo persone di sesso maschile potessero essere le uniche depositarie della conoscenza, della teologia, e di tutte le responsabilità che riguardavano l'istituzione della Chiesa stessa.

A conferma, poi, dell'antipatriarcalismo del messaggio evangelico, si può anche osservare che Gesù esigeva che, chiunque avesse deciso di seguirlo, rinunciasse a tutti gli averi lasciati dai padri, al punto da rinunciare anche al ricordo stesso di padri e famigliari (A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio". Luca, 9-59:60). Questo significa che, a livello istituzionale, la Chiesa non doveva detenere alcun potere temporale e che, nel contesto popolare, nessun padre aveva il diritto di influenzare le scelte dei figli che volessero seguire una vita di apostolato ed evangelizzazione (successivamente definita “vita sacerdotale”)... se non è un attacco al patriarcato questo!

Ma Gesù, in fondo, non aveva niente di personale contro il potere, la ricchezza ed il patriarcato; proprio per questo disse: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Il problema sostanziale era che, tipicamente, le possibilità di compiere un vero cammino spirituale, per una persona legata alle proprie ricchezze, erano molto remote. Per questo non disse mai che un ricco non avrebbe mai potuto entrare nel Regno dei Cieli, ma che “è più probabile che una corda passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”; poi per un errore di trascrizione la parola “corda” venne tradotta in “cammello”, conferendo alla frase un aspetto molto grottesco, ma il senso è quello.

Anche Gesù allora proponeva un certo modello di CRESCITA, che però risultava implicitamente contrastante col modello di crescita imperiale voluto da Roma; quella proposta da Gesù era difatti una crescita ESCLUSIVAMENTE SPIRITUALE, ed in quanto “crescita” riusciva ad entrare nel cuore delle persone, esattamente come riuscì ad entrare nel cuore delle persone il Buddismo, che proponeva l'ascesi (=crescita) al Nirvana attraverso la rinuncia a qualsiasi forma di desiderio. Ai nostri giorni ci viene invece propinata la crescita economica come unica forma di crescita possibile; il valore del sacrificio per la famiglia, per la patria o, più in generale, per il prossimo, è stato sostituito col sordido edonismo. E' l'Impero che colpisce ancora, che impone la sua versione di crescita. Ma tale crescita richiede sempre maggiori risorse, che però sono limitate.

Ahimè, quando l'irreversibilità del declino economico sarà conclamato, la nostra misera società individualista si ritroverà completamente vuota di contenuti. Molti individui che fino al giorno prima spendevano fortune in centri benessere, vestiti griffati ed auto di lusso, si ritroveranno col sedere a terra, nel senso finanziario del termine. Queste persone, private di tutti quei beni effimeri e di consumo che alimentavano il loro insulso ego, si troveranno improvvisamente vuoti, senza un'anima, senza uno scopo, senza nulla di cui compiacersi. Nella sostanza questi individui diventeranno veri e propri zombies che, in taluni casi, potrebbero pensare di scaricare le proprie frustrazioni su qualsiasi cosa che si muova e respiri...

Gli attivisti che si occupano dei limiti dello sviluppo fanno allora bene a parlare di “decrescita felice” ma, per contro, tutti assieme dovrebbero mettere a punto un modello di crescita alternativo che soppianti la crescita economica che finora ha rappresentato l'unica ragione di vita per l'intero Occidente. Tale crescita deve essere molto più orientata alla spiritualità ed al progresso collettivo; deve lasciare intravedere, ad esempio, la possibilità di ulteriori progressi scientifici e tecnologici (vedi viaggi nello spazio, acceleratori di particelle, reti neurali di calcolatori etc etc) e di ulteriori avvicinamenti culturali fra i popoli.

La questione della crescita individuale e collettiva è in realtà una faccenda molto seria. Un individuo nasce col primo scopo essenziale di crescere fisicamente ed intellettualmente sino alla maggiore età, cioè fino ai 20 anni inoltrati; successivamente vorrà accrescere il proprio reddito... ma questa è un'altra storia... Proprio i bambini sono allora le persone maggiormente attratte da tutto ciò che evolve, si trasforma e, possibilmente, diventa sempre più forte.

Durante l'università, per fare su qualche soldo, facevo animazione presso una scuola elementare cattolica. Sostanzialmente facevo giocare i bambini a calcio durante la ricreazione. In quel periodo i ragazzini andavano tutti pazzi per Dragon Ball; anche a me piaceva molto quel cartone-animato, specialmente perché i personaggi acquisivano i loro poteri non per concessione dall'alto o per mera ereditarietà genetica, ma a seguito di continue sfide, sacrifici, e difficoltà sovrumane. Grazie a tutto ciò, diventavano spiritualmente sempre più potenti ed, alla fine, diventavano invincibili nella forma di Supersaiyan. Per contro, i supereroi americani della Marvell, ad esempio, non mi sono mai piaciuti perché ottenevano sempre i loro poteri grazie ad uno scherzo del destino o per qualche forma di ereditarietà genetica (si veda il tanto blasonato Superman); erano troppo statici ed anche un pò paraculi. D'altra parte i supereroi della Marvell sono semplicemente il frutto di una cultura fortemente edonistica, mentre Dragon Ball e molti altri cartoni-animati giapponesi sono frutto di una cultura orientale imperniata sulla crescita spirituale, sull'evoluzione e sul superamento dei propri limiti.

Insomma, i bambini nascono già con un concetto molto profondo di crescita spirituale ed interiore; poi è la società, assieme alla scuola, che li uccide (nel senso psicologico del termine) e li omologa al quieto vivere ed alla ricerca del gadget tecnologico o del pantalone firmato.

Lo ripeto ancora: la questione della crescita individuale e collettiva è una faccenda molto seria! Parlare solo di decrescita, benché sia in linea di principio molto giusto, non sarà sufficiente a motivare la gente ad affrontare un futuro pieno di difficoltà e rinunce a comodità che oggi sono considerate inalienabili. Attivisti peak oilers e doomers di tutta la Terra, guardate a Gesù, a Buddha, a chi vi pare, ma escogitate un piano di CRESCITA veramente convincente e molto più spirituale di quello che attualmente ci viene imposto dal Sistema. L'Impero sta vacillando, inventate anche voi il vostro Dragon Ball, i bambini ci insegnano...

martedì 4 gennaio 2011

La dignità di quegli “sporchi lavori" che qualcuno deve pur fare




Se sei un/una adolescente di circa 14 anni e devi decidere quali studi superiori seguire, o un/una ragazzo/a di circa 18 anni e devi decidere a quale corso universitario iscriverti, ma infondo pensi che studiare, in questo contesto di crisi occupazionale, non serva assolutamente a niente se non si hanno talenti o raccomandazioni particolari, ebbene... HAI INDOVINATO!!

Ma allora, per gli stessi motivi, non andare a studiare significherebbe semplicemente essere disoccupati subito, piuttosto che esserlo dopo diversi anni di studio. Ciò detto, qualcuno potrebbe allora osservare che, se non altro, andando a studiare ci si forma un certo “bagaglio culturale” di cui si potrà far tesoro quando “l'economia ritornerà a tirare” e gli sbocchi professionali ritorneranno ad essere “numerosi” anche per tutti coloro che hanno seguito studi non prettamente tecnici.

Purtroppo, però, i presupposti, ovvero i luoghi comuni che portano a queste considerazioni, sono fatalmente errati, nel senso che hanno già portato milioni di giovani a compiere diversi ERRORI FATALI durante la propria vita. Mettiamo allora i puntini sulle “i”:

  1. Innanzitutto la ripresa, nei termini attesi dagli economisti bocconiani (i guru dell'umanità al servizio del PIL), non ci sarà più, piaccia oppure no! E comunque non deve essere il famigerato +1,1% a risolverci i problemi della vita...

  2. Il termine “bagaglio culturale” o “cultura”, vuole dire tutto ed anche niente. Anche la persona più colta di questa Terra può essere incapace di dire, fare o pensare alcunché di socialmente o intellettualmente utile.

  3. Non è poi detto che un lavoro intellettuale sia meno faticoso ed impegnativo di un lavoro manuale. Tipicamente, infatti, sono proprio gli impiegati ad essere i più stressati, soprattutto a causa di orari di lavoro molto irregolari in certi uffici...

  4. Il lavoro, ad esempio di contadino o pastore, può essere fisicamente faticoso, ma decisamente NON deve essere considerato umile, visto che è il contadino che, col suo duro lavoro, DA' DA MANGIARE anche all'aristocratico che viaggia in SUV.

  5. Se non si prosegue con gli studi, ci sono da subito molte possibilità lavorative per aspiranti operai agricoli, operai metalmeccanici, camerieri, traslocatori, imbianchini etc etc. Ci si deve però scordare, una volta per tutte, dell'aspirazione al comodo (o presunto tale) lavoro dietro alla scrivania.

In particolare, la professione (perché tale deve essere considerata) di operaio agricolo è ormai relegata ad extracomunitari sottopagati; nessuno vuole più riprendere contatto con la terra che ci nutre. Purtroppo viviamo in una società in cui casalinghe e singles medio-borghesi di ogni età vanno, perlopiù, a procurarsi il cibo nei soliti centri commerciali dove tutto il cibo è pronto in vaschetta o in sacchetto, spesso precotto. I bambini crescono ormai con l'idea che esistano gli alberi delle vaschette e dei sacchetti, o che certe prelibatezze piovano dallo spazio profondo come per incanto o per concessione degli alieni.

Certo, qualcuno potrebbe dirmi “fallo tu l'operaio agricolo, visto che ci credi tanto!”. Ed infatti, come già accennato in un precedente post, da adolescente ho anche praticato l'attività di operaio agricolo, ma ho sempre avuto vocazione per la tecnologia ed il lavoro intellettuale. Il mio attuale lavoro, molto in linea con i miei titoli di studio, a modo suo NON è meno faticoso di quello di operaio agricolo; alla sera, dopo aver spremuto ogni risorsa del mio cervello, ho la forza di volontà appena sufficiente per salire in macchina e tornare a casa. Alcuni miei amici coetanei, che da sempre svolgono lavori manuali, non ce la farebbero mai a reggere un'attività lavorativa intellettuale e sedentaria come la mia; anche loro, però, alla sera sono stanchi ed hanno appena la forza fisica per salire in macchina e tornare a casa... ciascuno ha la sua croce, è questo il punto! Quindi nella scelta se continuare a studiare oppure no ed, in caso affermativo, quale corso di studio seguire, ogni adolescente non deve chiedersi qual'è il lavoro più comodo, prestigioso e meglio retribuito che desideri svolgere, ma qual'è la croce che meglio riuscirà a sopportare fino al giorno del suo pensionamento (semmai dovesse riuscire ad arrivarci...).

La scuola, dal canto suo, tende invece ad insegnare ai giovani che conviene sempre proseguire negli studi superiori ed universitari per farsi una posizione nella vita; ma questo, naturalmente, solo perché gli studenti sono la materia prima della scuola e delle università stesse! Non esisterà mai un insegnante che scoraggerà qualche studente a proseguire negli studi. E' come se un pasticcere consigliasse ai suoi clienti obesi di seguire una dieta ferrea fino al raggiungimento del peso-forma ideale. A seguito, quindi, di questa campagna diffamatoria strisciante ai danni del lavoro manuale, si incolpa lo Stato per il fatto di non riuscire a collocare adeguatamente questo esercito di laureati in materie la cui utilità, assieme ai cerchi nel grano e alla massa oscura dell'Universo, compare ancora fra i misteri irrisolti della scienza moderna. In fondo anche il corpo docenti, in generale, forma una propria lobby; peccato che questa lobby speculi sulle vite e sulla buona fede di milioni di giovani.

I giovani non dovrebbero quindi protestare per i tagli all'istruzione, ormai sovradimensionata rispetto alle opportunità professionali offerte dal mondo del lavoro reale (e non quello immaginato dai docenti); dovrebbero invece protestare per l'eccessivo disprezzo a cui sono sottoposte tutte le attività lavorative cosiddette “umili”, ma di cui TUTTI HANNO VITALE BISOGNO, finanche l'aristocratico in SUV. Bisogna, in sostanza, ritornare alla lotta per i diritti dei lavoratori... ma non solo dei lavoratori nelle grandi fabbriche, che normalmente consentono a certi sindacati di farsi molta pubblicità, ma anche dei netturbini, degli operai agricoli nelle piccole aziende di campagna, delle badanti, dei pastori, dei muratori, degli idraulici etc etc etc.

Tutte queste mansioni, che sono degne di grande rispetto poiché, di esse, la nostra società NON può assolutamente fare a meno, devono essere adeguatamente tutelate e remunerate, altrimenti nessuno vorrà più svolgerle, e per molto tempo ancora ci saranno a spasso milioni di studenti in protesta perché non riescono a trovare lavoro come sociologi o filosofi.

giovedì 30 dicembre 2010

Scegli anche tu il cane da guardia che preferisci




Il 9 Settembre scorso, il giornale on-line Il Fatto Quotidiano, ha presentato un sondaggio dal seguente titolo: “Scegliete il vostro leader. Chi di loro può fermare Berlusconi?”. Le opzioni possibili erano le seguenti: Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro, Gianfranco Fini, Beppe Grillo, Marco Pannella (se riesce a stare in piedi, ndr), Nichi Vendola, nessuno di questi (in tal caso, indicare un nome nei commenti).

Soltanto di recente mi sono imbattuto, per puro caso, in tale sondaggio visitando il sito de Il Fatto Quotidiano. Esso mi ha particolarmente colpito, ed anche innervosito, perché è un esempio di come venga alimentata la passività di questo gregge di italiani che si aspettano sempre che giunga un messia a risolvere i meschini problemi delle loro miserabili vite. Gli italiani (non tutti naturalmente) costituiscono un gregge appunto perché hanno sempre bisogno di un leader di fronte al quale prostrarsi, ma voltandogli di spalle, quindi in posizione “a pecorina”. Questo in realtà è un vizio sodomitico molto antico; alcuni paesi lo hanno perso, oppure non lo hanno mai avuto. Tali paesi si riconoscono per il fatto che sono in grado di eleggere individui di sesso femminile a capo dei loro governi; vedi la Merkel in Germania, Sonia Gandhi in India, Dilma Rousseff in Brasile, Aung San Suu Kyi acclamata in Birmania. Difatti il leader assoluto, di cui gli Italiani sentono il bisogno, è irrimediabilmente MASCHIO, mentre una nazione che abbia semplicemente bisogno di persone responsabili e motivate a capo del proprio governo, si può anche “accontentare” di una donna che risponda a tali requisiti.

Anche in Italia, allora, bisogna piantarla con questa logica del leaderaggio! Già adesso, senza Berlusconi, l'Italia sarebbe trascinata alla rovina da una miriade di leaderucoli in lotta l'uno contro l'altro. Alcuni di questi aspiranti leader combatterebbero addirittura fra di loro all'interno del medesimo schieramento politico.

Un gruppo di persone sagge si confronta e si coordina in modo armonico prendendo decisioni coerenti a favore della collettività... quindi, se c'è davvero bisogno dell'avvento del leader per far funzionare le cose, allora vuol dire che nei palazzi di potere c'è molta stupidita' da "domare". Allora magari non abbiamo bisogno di un leader, bensì di un gruppo di candidati parlamentari SERI alle elezioni, che non abbiano bisogno di alcun cane da guardia che li tenga a bada... tutta un'altra storia!!

In più è diseducativo e deleterio (con tutto il rispetto per i giornalisti che hanno proposto questo sondaggio) proporre una votazione su chi dovrà sconfiggere Berlusconi. Quali sarebbero i PROGRAMMI REALI di questi personaggi al fine di risolvere i VERI problemi della gente? Non va per niente bene tutta questa schiera di partiti CONTRO una sola persona, alla gente serve qualcuno che sia A FAVORE di un programma preciso e pratico.

martedì 28 dicembre 2010

Volentes fata ducunt, nolentes trahunt (Il destino conduce chi lo accetta, trascina chi vi si oppone)




In questa pausa natalizia durante la quale anche gli impavidi studenti italiani, assieme ai loro amici anarco-proletario-marxisti-vattelapesca-insurrezionalisti, hanno ben pensato di deporre le spranghe per tornare al calduccio delle loro case (dove racconteranno a genitori, zii, nonni e parenti vari "l'immensa ingiustizia" della legge Gelmini), è interessante chiedersi a cosa siano serviti questi episodi di guerriglia urbana in cui, a rimetterci, è sempre stata la popolazione che vive nei paraggi dei luoghi in cui si sono verificati gli scontri... di certo non ci hanno rimesso i politici che erano controllati a vista ed adeguatamente blindati e scortati.

Perché allora cassonetti ed automobili incendiate? Perché vetrine rotte? Perché aggredire poliziotti tipicamente padri di famiglia che, se va bene, percepiscono i loro onesti 1400 euro/mese? Ma soprattutto, per che cosa avrebbero avuto titolo di protestare tutte queste migliaia di studenti di cui, 9 su 10, erano liceali o studenti universitari in Scienze Politiche - Sociologia - Psicologia o altre “scienze” umanistiche non ben definite? Nella pratica, che cosa sanno fare di così utile, questi ragazzi, al punto che la società ed il mondo del lavoro abbiano assoluto bisogno di loro e si sentano obbligati a fermarsi per ascoltare le loro esigenze? Abbiamo veramente bisogno di tutti questi “scienziati politici”, sociologi o psicologi? Forse ne basterebbero qualche centinaio e non di più, il resto potrebbe andare a fare lavori che ormai gli italiani viziati non hanno più voglia di praticare.

Chi scrive queste righe, durante la sua adolescenza, ha fatto esperienza diretta di lavori umili che ormai sono riservati agli extracomunitari e che diventeranno, volenti o nolenti, lavori ambiti anche per l'italica gioventù in un futuro molto più prossimo di quanto si possa immaginare. Dai 14 ai 19 anni, durante l'estate, andavo a lavorare in campagna per prendere qualche soldo che mi aiutasse nei futuri studi. Alla sera ero molto felice perché sentivo di aver fatto qualcosa di assolutamente pratico ed estremamente utile: raccogliere la frutta e/o i pomodori. Neppure adesso, che lavoro come ingegnere elettronico, riesco a sentire le stesse emozioni di appagamento lavorativo. Non ho però potuto proseguire la mia radiosa carriera agreste perché ho un piccolo problema: il mio cervello lavora senza sosta e devo alimentarlo in continuazione con matematica, fisica, nozioni, conoscenze, nuove esperienze etc etc. Qualsiasi lavoro ripetitivo e non creativo, che non preveda nuova conoscenza, a lungo andare è per me insostenibile. Come si dice... son caratteri!

Io vivo nella profonda campagna veneta. Dalle mie parti tutti vanno a lavorare ancora molto giovani in qualità di operai, muratori, contadini, idraulici, tecnici etc etc etc. Dalle mie parti intraprendere un corso di studi universitari significa avere già in mente un tipo di lavoro ben preciso. Il pezzo di carta col quale ci si fregia del titolo di “Dottore” rappresenta soltanto una formalità; difatti ciò che conta è IL LAVORO che si andrà a svolgere (i skei, prima de tutto). I titoli, qua nella Bassa, sono assolutamente irrilevanti. Chi per soddisfazione personale voglia comunque ottenere un titolo di studio, ad esempio, in Scienze Politiche, inizia già a lavorare a 18 anni per mantenersi negli studi. Qua, nella profonda campagna veneta, ben pochi genitori sarebbero mai in grado di accettare di mantenere un proprio figlio negli studi in Scienze Politiche, Sociologia o Psicologia. Per inciso, ho conosciuto giovani psicologhe anche vicino a casa mia, ma erano ragazze molto in gamba ed alla fine sono tutte andate a lavorare come responsabili per le risorse umane o consulenti del lavoro; loro però, come tutti i loro coetanei di questa zona, avevano in mente un percorso professionale ben preciso e motivato.

Non si può però dire la stessa cosa dell'esercito di “principini fancazzisti e principessine sul pisello” che da molti anni intraprendono studi vari ed eventuali di utilità ignota. Tutte queste persone, decisamente incapaci a svolgere lavori pratici di qualsiasi tipo, sono ormai destinate alla disoccupazione ad vitam, salvo cimentarsi con qualche lavoretto saltuario nella ristorazione, nel volantinaggio o nel baby/dog-sitting. Si aggiunge poi un esercito di studenti che intraprendono studi teoricamente utili ed interessanti, come ad esempio diversi corsi in Ingegneria, Fisica, Chimica o anche umanistici come Lettere Moderne, Lingue Orientali, Storia dell'Arte, ma che risultano fuori corso da un numero indeterminato di anni. Costoro incolperanno sempre lo Stato per il fatto di essere dei falliti nella vita; i loro genitori, quando parleranno col parentado dei figli disoccupati, faranno spallucce e diranno: “Eh, è la crisi...”.

Le università sono diventate dei laureifici, è questa la verità! Un modo come un altro per parcheggiare un esercito di giovani troppo smidollati per accettare il concetto di fatica o sacrificio, e questo a causa della becera dis-educazione impartita da genitori borghesi senza carattere e da una società consumistica. Questi individui a fatica riusciranno a digerire il primo comandamento che Dio ha imposto all'Uomo: “Ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”. D'altra parte, che cosa ci si può aspettare da una gioventù cresciuta ad MTV e Playstation?

Quello dei laureifici è comunque un fenomeno già visto in passato. Il caso più eclatante è rappresentato dall'ex Unione Sovietica, dove l'eresia comunista aveva permesso ad intere generazioni studentesche di ottenere facili lauree in Ingegneria o Fisica. Nessuno era più disposto a fare l'operaio o il contadino. Pure chi lavorava come stagionale in campagna, non accettando i privilegi dei coetanei ingegneri e fisici, sul fare della primavera si metteva in malattia... e nessuno voleva più mietere il grano. Al crepuscolo del comunismo, allora, gli ingegneri e i fisici nucleari spuntavano come funghi, ma non c'era lavoro per tutti questi "cervelli". Quindi, a seguito del crollo del muro di Berlino, molti giovani ingegneri e fisici disoccupati, il cui titolo di studio non era neppure riconosciuto dalla Comunità Europea, presero su le valigie e se ne vennero dalle nostre parti per svolgere lavori umili, fra cui quello di badante.

A questo punto della storia, viene allora da chiedersi in base a quale principio questi studenti nostrani, che per lo più hanno seguito corsi di studio di pubblica inutilità, pretendono di evitare di seguire lo stesso tristo destino che ha colpito molti "dottori" dell'Est Europeo. Bisogna che qualcuno gli spieghi che è inutile opporsi all'inevitabile, se non si possiedono doti o talenti particolari; che lo studio è una scelta di passione e sacrificio; che si può studiare anche Sociologia, purché questa scelta sia frutto di una profonda vocazione; che le possibilità di uno sbocco lavorativo coerente col tipo di studi intrapresi sono molto remote; che sarebbe, in linea di principio, molto più conveniente impiegare lo stesso periodo della propria vita per apprendere qualche lavoro molto più pratico ed utile e, contestualmente, mettere da parte qualche risparmio.

Non ci dicano poi che tutti questi studenti hanno intrapreso determinati corsi di studio a fini culturali. Ammesso e NON concesso che questo abbia qualche importanza (xe sempre i skei ca conta!!), l'ineluttabile verità è che tutti costoro vogliono solo il pezzo di carta che permetta a loro, in qualche modo, di ottenere una comoda collocazione impiegatizia adeguatamente retribuita... ovvero retribuita quanto basta per andare in vacanza all'estero due volte all'anno, andare a cena al ristorante almeno una vota alla settimana, fare aperitivo 3-4 sere alla settimana, andare al concerto, al cinema, in discoteca, acquistare l'ultimo modello di iPhone, iPod, iPad, iPork o di quant'altro di inutile possa imporre la moda del momento... Questi sprovveduti che non sanno neppure allacciarsi le scarpe senza l'aiuto della mamma, possono fare solo una cosa: andare a raccogliere i pomodori assieme agli extracomunitari!!

Cattiva questa eh? Eh, però NON sono io a dirlo; è il destino che lo ha deciso, bisogna prendersela con lui! O meglio, non è stato esattamente il destino, ma le generazioni precedenti che avevano la responsabilità di preparare un futuro decoroso per le nuove generazioni. A tal proposito, adesso serpeggia la sensazione che la casta politica non si sia mai minimamente preoccupata del futuro di nessuno. Anche gli operai 50enni ormai sono preoccupati per il loro futuro: non sanno se riusciranno ad arrivare al pensionamento. Figuriamoci se non hanno titolo di preoccuparsi i ventenni o i trentenni che, dovendo lavorare come precari fino ai 40 anni, sono destinati ad andare in pensione sul letto di morte! Per questo, recentemente, diversi movimenti politici presentano la parola “futuro” nei loro nomi, o nei titoli dei rispettivi convegni e congressi. Questo, naturalmente, serve a rassicurare il potenziale elettorato sul fatto che a questi stessi movimenti stia molto a cuore il futuro della Nazione.

Ma i giovani, se vogliono pensare al loro futuro, non devono prendersela con la Gelmini, nè aspettare la “ripresina” che non arriverà mai, e neppure attendere l'avvento di “Futuro e Libertà” e “Italia Futura”! Molti giovani italiani, come molti ingegneri dell'Est che li hanno preceduti in questo dramma, se vorranno affrontare un mondo sempre più difficile, dovranno digerire il fatto di essere destinati a lavori più modesti, come quello del contadino o della badante. In particolare, visto e considerato che la nostra popolazione andrà incontro ad un estremo invecchiamento, in un futuro non molto lontano (a proposito di futuro...) ci sarà gran bisogno di badanti. Insomma, il lavoro non mancherà, ma non sarà esattamente quello che molti ragazzini di belle speranze immaginavano mentre trascorrevano pomeriggi interminabili a chattare attraverso Internet, o a “cazzeggiare” per le vie della città con gli amici, o a pomiciare spensierati sulle panchine.

A chi è dotato di notevoli doti e talenti particolari, e grazie soltanto ad esse (senza bisogno di raccomandazioni) vuole provare a spuntarla su questa situazione così avversa, vanno tutti i miei migliori auguri per un futuro di successi guadagnati con SACRIFICIO E DURO LAVORO, elementi che non faranno altro che renderlo più forte e consapevole delle proprie capacità. Per quanto riguarda gli altri, se vogliono intraprendere qualche studio universitario, eventualmente di scarso interesse dal punto di vista lavorativo, lo facciano pure a loro rischio e pericolo, ma senza addossare la colpa dei propri eventuali fallimenti allo Stato o al Ministro dell'Istruzione di turno .

Purtroppo l'Italia è una Repubblica fondata sull'irresponsabilità: se si presenta un problema, la colpa è sempre dell'altro... o dello Stato. Insegnamo alle nuove generazioni ad assumersi le loro responsabilità e a smettere di trovare scuse. Se veramente vogliono spodestare questo esercito di baroni dinosauri che compongono la classe dirigente di questo Paese decrepito, imparino ad essere meno individualisti e a tirare fuori tutta la loro determinazione per combattere nella vita ed affermarsi in un mondo che, da qui in poi, non regalerà più niente a nessuno! In quanto agli altri, cioè quelli votati al quieto vivere, il lavoro non mancherà, basta sapersi adeguare.......

domenica 10 ottobre 2010

Tutti pazzi per il PIL




C'è qualcosa di ostile, da parte del governo cinese, nel voler alimentare a tutti i costi un PIL attorno al +10% annuo.
Nel 2009, mentre noi abbiamo sperimentavamo uno "spaventoso" -5%, la Cina ha dovuto accontentarsi di un "mediocre" +8%. Che cosa accadrà, allora, quando la produzione di energia planetaria si sarà assestata sul famoso plateau? Molto probabilmente noi sperimenteremo un catastrofico -10%, mentre la Cina si troverà costretta ad accettare il classico +3% con cui la nostra economia è cresciuta disinvoltamente per molti anni.

Quando allora la produzione energetica mondiale avrà oltrepassato il picco e proseguirà nel suo inesorabile declino, finalmente (si fa per dire) anche la Cina sperimenterà uno spaventoso -5%. A quel tempo, ormai, noi avremo completamente rinunciato al conteggio del PIL esattamente come la persona che, avendo ormai superato il quintale di peso, rinuncia a salire sulla bilancia per non avvilirsi troppo (oltre che per non sfondare il povero strumento di misurazione).

Ad ogni modo, anche con un PIL a -5%, l'economia cinese sarà ancora in piedi, benché barcollante (= nostra situazione attuale), mentre le economie di altre zone molto importanti saranno ormai crollate da un bel pezzo. La morale della favola è che, a quanto pare, tutte le principali economie mondiali stanno facendo a gara a chi resta in piedi per ultimo.

Difatti stiamo assistendo ad una vera e propria guerra a colpi di PIL, e come in ogni guerra che si rispetti, ci sono morti sia dall'una che dall'altra parte. Tuttavia, alla fine, non è un problema se il vincitore stesso rimane indebolito dalle battaglie cruente ed il suo esercito risulta decimato; l'importante è che PROPRIO LUI sia l'ultimo a rimanere in piedi. Difatti successivamente il vincitore potrà finalmente leccarsi le ferite riprendere forza appropriandosi delle risorse rilasciate dal nemico definitivamente sconfitto

Se allora questa teoria è vera, l'inquietante frenesia di crescita dimostrata da alcuni paesi emergenti ha una sua motivazione ben precisa, ed essa è tutt'altro che pacifica...

domenica 19 settembre 2010

C'era una volta l'uranio




"Noi non abbiamo il nucleare, le altre economie con cui competiamo lo hanno. Se avessimo il nucleare, avremmo un pil diverso, sarebbe più facile crescere come gli altri paesi

Giulio Tremonti, ministro dell'Economia Italiana

Ebbene, allora se la mettiamo così, alla voce "uranio", Wikipedia recita quanto segue:

"...il prezzo dell'uranio sul mercato mondiale ha subìto una forte impennata, passando dai 7 $/lb del 2001 al picco di 135 $/lb del 2007. Al 2001 il prezzo del dell'uranio incideva per il 5-7% sul totale dei costi riguardanti la produzione di energia nucleare. Secondo dati della WNA, a gennaio 2010, con uranio a 115 $/lb e considerandolo sfruttato da reattori attualmente in funzione, questo incide per circa il 40% sul costo del combustibile, che incide per circa 0.71c$ sul costo di generazione di ogni kWh”.

Queste cifre si commentano da sole. Nella pagina relativa vi sono tutti i riferimenti alle fonti da cui sono state estrapolate queste statistiche.

Ora, nella migliore delle ipotesi, anche se si iniziasse a costruire la prima centrale nucleare oggi stesso, essa verrebbe pronta all'utilizzo verso il 2020. Nel frattempo i paesi produttori di uranio, dovendo far fronte alla carenza di combustibili fossili normalmente impiegati nella produzione di energia elettrica (in particolare gas naturale, GPL e carbone), aumenteranno notevolmente lo sfruttamento dell'energia nucleare. Con ogni probabilità, per il periodo del 2020, l'uranio avrà raggiunto costi improponibili per qualsiasi paese importatore, sempre che qualcuno dei paesi produttori sia ancora disposto a venderlo. A tal proposito ricordo che, nel caso non si sapesse, l'Italia NON DISPONE di giacimenti significativi di uranio.

Di conseguenza, a prescindere da qualsiasi ideologia ambientalistica, si comprende quanto sia ormai tardi per costruire nuovi impianti nucleari, visto che al termine della loro realizzazione non vi sarà più disponibilità della materia prima con cui farli funzionare, almeno per un paese malandato come l'Italia.

Considerato allora che il presente governo è sicuramente al corrente di questo fatto, si evince logicamente che la volontà di costruire nuovi impianti nucleari è soltanto UNO SPECCHIO PER LE ALLODOLE. Essa non serve ad altro che trasmettere all'opinione pubblica il seguente messaggio: "Adesso siamo in deficit energetico e il nostro Paese non è competitivo, però vedrete quando avremo le NOSTRE centrali nucleari, allora sì che faremo scintille !!". Ed infatti le scintille saranno quelle emesse dagli accendini della povera gente per accendersi un cerino nelle notti di black-out.

Ma il 2020 è lontano, questo non sarà più problema degli attuali governanti, che nel frattempo si saranno dileguati nel nulla. Non sarà di certo un problema per Tremonti, che probabilmente a quel tempo passerà le giornate a crogiolarsi comodamente al sole nella piscina di qualche villa ad Hammamet, magari pensando con un velo di nostalgia ai bei vecchi tempi in cui si faceva pagare a peso d'oro per proferire un mare di cazzate sciocchezze.

sabato 11 settembre 2010

Il ballo del mattone, un evergreen per tutte le stagioni




Qualche giorno fa è stata acclamata da tutti i media un'evidente "ripartenza" del mercato immobiliare in Italia (+2,3% annuo), a dispetto di molti altri indicatori economici apparentemente in contrasto con la crescita stessa dell'industria edilizia, fra cui il calo dell'occupazione, il calo della natalità e dei matrimoni, il calo del potere d'acquisto del lavoro dipendente, il calo di molte altre cose... Di questo mistero dell'economia italiana contemporanea, allora, ho cercato di farmene una ragione anch'io, e sono giunto alla seguente banale conclusione: le cose hanno il valore che noi gli attribuiamo, anche se, dal lato pratico, non servono assolutamente A NULLA.

Ad esempio, una banconota da 100 € è solo un pezzo di carta, ben disegnato ma è pur sempre un pezzo di carta. Con essa, per ipotesi, acquistiamo all'Iper una quantità di generi alimentari sufficiente al fabbisogno di due persone per una settimana. In sostanza, con l'atto del pagamento, confermiamo che, secondo noi, quel pezzo di carta vale ALMENO quanto tutta la quantità di alimenti che ci portiamo a casa. Eppure non è stata la banconota a coltivare l'insalata o a mungere le vacche per ottenere i tre litri di latte che abbiamo infilato nella busta della spesa; piuttosto è stato IL DURO LAVORO del contadino/allevatore a permetterci di avere, fisicamente, verdure e latticini di vario genere.

Chiaramente è indispensabile che tutti noi continuiamo ad attribuire alle banconote il loro valore convenzionale perché, se così non fosse, dovremmo ricorrere al baratto. Analogamente, il valore che attribuiamo agli immobili è dovuto a qualcosa di molto simile ad una convenzione, ovvero alla CONVINZIONE (cambia solo una lettera) che "il mattone sia un investimento sicuro" per il futuro. Questo naturalmente è retaggio del boom economico anni 50/60/70.

Allora non si costruiscono solo case per la semplice necessità di abitare, come effettivamente dovrebbe essere, ma se ne costruiscono tante di più a scopo di investimento, generalmente per ricavarne una certa rendita da affitto e successivamente venderle ad un costo che tenga conto dell'inflazione.

In sostanza, chi investe nel mattone vede le sue nuove costruzioni come depositi bancari che nel tempo fruttano interessi e non risentono di alcun rischio di default. Soprattutto col sospetto per i rischi di crack che si è diffuso con la crisi (si vedano il caso Lehman Brothers e successivi) la gente che ha soldi da investire (o buttare) SI FIDA DI PIU' DEL MATTONE; è questo movente che sta guidando il rilancio dell'industria immobiliare in Italia.

Peccato che poi tante case rimangano sfitte o invendute; alla fine, visto che il bisogno di abitare non cresce perché non cresce la popolazione (e neppure le sue possibilità economiche), il mercato immobiliare è sostenuto esclusivamente da quelle stesse persone che investono in immobili e che si scambiano tonnellate di mattoni fra di loro; come al solito, siamo davanti ad UNA BOLLA SPECULATIVA CHE ALIMENTA SE' STESSA.

Se ci può consolare, questa bolla continua a sostenere l'industria edilizia con conseguente ricaduta positiva sull'occupazione. Ma, purtroppo, il duro risveglio arriva inesorabile: dopo che molte case saranno rimaste sfitte o invendute per decenni, molti porprietari inizieranno a porsi qualche dubbio sulla bontà dei loro investimenti. In quel frangente, queste persone rimpiangeranno di non aver investito i propri risparmi in quelle banche che, essendosi tenute alla larga dal mercato immobiliare, nel frattempo non saranno cadute in default.

domenica 1 agosto 2010

Termovaloriché ???




In questa inizio Agosto di separazioni politiche, di partenze vacanziere diversamente intelligenti, di migrazioni di industrie automobilistiche verso terre esotiche, e di movide d'alta società a base di cocaina e pasticche dalla composizione non ben definita, voglio dire anch'io la mia sugli inceneritori, questi inutili oggetti che trasformano gli escrementi della nostra società industrializzata in escrementi molto più “sottili e raffinati”. Va detto che ai nostri giorni, in questa società consumistica basata sul principio di usa e getta, gli inceneritori potrebbero avere un loro senso; questo a prescindere dalla loro effettiva nocività. Anzi, forse hanno senso malgrado tutta la loro nocività proprio perché è molto peggio lasciare che i rifiuti vengano stoccati tout court in enormi discariche rilasciando notevoli quantità di diossina ed agenti inquinanti nell'aria e nelle falde, piuttosto che bruciarli e comprimerli ad alte temperature in grandi impianti industriali che pure hanno i loro i limiti e sicuramente rilasceranno una certa componente inquinante nell'aria. Allora la vera questione, forse, non è più “inceneritore Sì / inceneritore No”; piuttosto la vera questione è che semplicemente i rifiuti non riciclabili

NON DEVONO ESISTERE !!!

D'altra parte le materie prime con cui fabbrichiamo tutti gli oggetti che gettiamo con disinvoltura nel pattume andranno ad esaurirsi rapidamente negli anni a venire. Verrà il giorno in cui non getteremo più nel cestino del rifiuto “secco non riciclabile” i contenitori di latte in tetrapak, o grandi fogli di carta stagnola, per il semplice fatto che la Tetrapak non avrà più carta ne plastica con cui costruire l'omonimo materiale così fondamentale (tono ironico) all'esistenza dell'umanità, e l'alluminio che rimarrà sarà utilizzato per scopi molto più utili che accartocciare il pollo appena preso in rosticceria.

Ma questo non è tutto, il peggio deve ancora venire: in quel giorno non molto lontano in cui vi sarà assenza totale di diverse materie prime, la monnezza dovrà essere riesumata per recuperarne i materiali ancora fruibili, fra cui alluminio e metalli vari. Non a caso i più grandi studiosi del picco petrolifero concordano sul fatto che un'attività molto importante nel mondo postindustriale sarà quella di rovistare nella monnezza lasciata dall'era del petrolio. A svolgere quest'attività saranno i nostri figli o nipoti, quindi noi stiamo inconsapevolmente preparando un futuro di questo genere per molti di loro. In diversi paesi emergenti, caratterizzati da aree urbane ricche circondate da periferie povere e degradate, questo accade già da qualche decennio; si possono vedere in mezzo alle discariche intere famiglie che trascorrono tutta la giornata a rovistare fra ai rifiuti per ricavarne qualcosa da barattare o vendere, o anche da utilizzare per se stessi.

Maggiori saranno i risultati in ambito di Scienze dei Materiali sulla possibilità di sostituire diversi materiali con omologhi di origine naturale od organica, minore sarà la necessità di recuperare tali materiali dalle profondità recondite delle vecchie discariche. Ad ogni modo i metalli sono sempre i metalli, e difficilmente potranno essere sostituiti da materiali naturali ugualmente conduttivi e plastici, quindi attrezziamoci di tanta pazienza e prepariamoci a scavare. Nel saggio on-line QdVN, ho affermato che le nanotecnologie potrebbero sostituire in un lontano futuro gran parte dei materiali che hanno fatto la gloria dell'era industriale, tuttavia queste nuove tecnologie potranno essere implementate esclusivamente se, fra un numero non precisato di decenni, l'Umanità sarà sopravvissuta a sé stessa e se nel frattempo la ricerca in materia di nanotecnologie sarà progredita adeguatamente. Per ora accontentiamoci del mater-B in amido di mais e fecola di patate per fabbricare imballaggi di vario tipo, ripristiniamo l'uso del caucciù per costruire pneumatici, smettiamo di usare contenitori di plastica usa e getta e commercializziamo tutto “alla spina”, e le lamiere per costruire nuovi automezzi andiamo pure a recuperarle al ferrovecchio; di rottami, grazie appunto ai numerosi incentivi alla rottamazione, in futuro dovremmo trovarne in abbondanza, ringraziamo pure i nostri generosi governi per questo aiuto molto importante... era meglio se si investiva molto di più in fonti rinnovabili però eh !!

Ad ogni modo, inutile piangere sul latte versato, iniziamo pure a pensare che le discariche rappresenteranno importanti riserve di materie prime, purtroppo, rimescolate fra di loro, ma ancora separabili. Anche in quest'ottica gli inceneritori non rappresentano che un inutile spreco perché, come afferma il loro stesso nome, inceneriscono tutto e non permettono di separare gli elementi (in primis i metalli) contenuti nel prodotto finale del processo di incenerimento. Quindi, alla fine, si è confutata anche la presunta utilità degli inceneritori come limitatori di inquinamento rispetto alle solite discariche. Eppoi, smettiamola di chiamarli “termovalorizzatori”, è come chiamare una prostituta “operatrice sessuale”, o un escremento “prodotto defecatorio”; diamo alle cose il loro vero nome !!

Insomma, si conclude allora che gli inceneritori, a prescindere dal fatto che inquinino oppure no, sono oggetti assolutamente inutili, sotto ogni punto di vista. Per comprendere questo, però, è necessario essere consapevoli della limitatezza delle materie prime sulle quali è basata la nostra industriosa società globalizzata. La nostra classe dirigente sarà certamente al corrente di tale limitatezza, ma per ragioni politiche non può ammetterne l'esistenza, per questo essa affermerà sempre l'utilità degli inceneritori la cui esistenza è basata sul concetto stesso di usa e getta, crescita continua e consumismo rampante.

E comunque va ricordato questo: fino al secondo dopoguerra ci siamo arrivati acquistando tutto “alla spina”, e che ci piaccia oppure no, ritorneremo inevitabilmente a quella vecchia abitudine. E lì, sarà crisi anche per gli inutili inceneritori.