mercoledì 10 agosto 2011

Le borse mondiali collassano? La vita continua con l'erba buona


La festa sta finendo, per decenni si era pensato ad un futuro di “magnifiche sorti e progressive” grazie alla vittoria dell'ingegno umano sulla natura. In realtà, per i prossimi tempi, di progressivo ci sarà solo l'indebitamento e successivamente il conflitto, sia esso sociale ed interno al singolo paese, oppure fra più paesi con sbocco verso nuove guerre eventualmente di portata mondiale.

Ritengo allora che “magnifiche sorti e progressive” possano esserci, ma non adesso e, comunque, a patto che riusciamo a sopravvivere a noi stessi per i prossimi 70/80 anni. Ritengo che la tecnologia che possa permettere all'umanità di compiere il famoso “salto nello spazio” debba prevedere la possibilità di “sintetizzare” antimateria dalla luce solare catturata direttamente in prossimità della nostra stella. L'antimateria così sintetizzata dovrà allora essere opportunamente confinata in appositi “involucri gravitazionali a distorsione spaziale”, ovvero campi gravitazionali artificiali del tutto simili a quello generato dalla massa sferica terrestre ma molto più concentrati e su piccola scala. Una massa “m” di antimateria così prodotta, annichilendosi con una massa equivalente di materia, genererà a sua volta un'energia pari a E=2*mc², producendo così grandi quantità di onde elettromagnetiche da convertire in energia elettrica per mezzo di opportuni ricettori a nanoantenne, oppure da fare collimare per generare propulsione (invece di un getto di gas combustibile come negli attuali razzi, si userebbe un “getto di onde elettromagnetiche” concentrate). Ad esempio, un litro di acqua annichilendosi con un litro di “antiacqua” produrrebbe 18*1016 Joule = 5*1013 kWh di energia... 'na bella botta di vita!
 
Fico eh?! Ma non adesso!!

Eh sì, per ora, e fino ai nostri ultimi giorni, ce la dovremo guadagnare a caro prezzo la nostra pagnotta! Forse qualcuno dei nostri pronipoti (se ne esisteranno, ndr) riuscirà a vedere un propulsore aerospaziale ad antimateria. Noi gente del 2011, invece, dobbiamo preoccuparci di come ricavare biocombustibile (tipicamente gas) dalle biomasse e massimizzare la produzione di energia elettrica da luce solare attraverso il fotovoltaico ed il solare termodinamico. La mobilità privata dovrà andare a biogas/biodiesel per spostamenti medio/lunghi, mentre la mobilità cittadina, auspicabilmente, sarà fondata sui veicoli elettrici.
Comunque la cosa certa è che, restando alle tecnologie attualmente disponibili, tutta la mobilità mondiale NON si potrà mai basare completamente sui veicoli elettrici; e questo per due motivi molto semplici:
  1. La disponibilità generale di energia elettrica che già adesso, a livello locale, risulta spesso appena sufficiente ad alimentare il boom nell'utilizzo dei climatizzatori durante i periodi estivi, non riuscirebbe certamente a sostenere la continua ricarica di milioni di veicoli elettrici a livello planetario.
  1. Il massiccio impiego di veicoli elettrici causerebbe una massiccia estrazione di terre rare per la costruzione dei nuclei ferromagnetici dei motori elettrici. Si tenga presente che, attualmente, la Cina produce il 95% delle terre rare comunemente usate laddove, come dice il nome stesso, tali terre non sono di certo presenti in quantità infinita sulla crosta terrestre.
Proprio in merito a questo punto va precisato che gli unici giacimenti considerevoli di terre rare, oltre a quelli della Cina, si trovano nel territorio statunitense; tuttavia essi sono in disuso da decenni in quanto non riuscivano a reggere la competizione con l'attività estrattiva cinese e comunque, anche se si decidesse di continuarne lo sfruttamento, impiegheranno una decina di anni per essere ripristinati. Si tenga anche presente che, nell'impiego che è stato messo in atto finora delle terre rare, non è stato previsto alcuno standard per il reimpiego dei nuclei ferromagnetici da esse ricavati; quindi anche il recupero e la fusione dei metalli magnetici per la costruzione di nuovi magneti comporterà necessariamente procedure di lavorazione estremamente inefficienti ed energivore.

In definitiva l'impiego di soli veicoli elettrici per tutta la mobilità planetaria non solo non è conveniente, ma non è neppure possibile. Per questo i biocarburanti sono di importanza strategica per la sopravvivenza di un minimo di mobilità che possa contribuire alla sopravvivenza, magari in una forma molto più “morbida”, del mondo industriale e del vivere civile come noi lo conosciamo.

Tempo fa pensavo anch'io che il biodiesel, ricavato da mais o colza, fosse un'aberrazione in quanto si sottraeva terreno prezioso alla coltivazione alimentare... ed infatti lo è! Tuttavia bisogna mettersi una mano sulla coscienza e farsene una ragione del fatto che, quando i combustibili fossili saranno in via di esaurimento o tenuti sotto chiave come “riserva strategica”, si dovranno ancora utilizzare gasolio e benzina e, visto che non si potranno più estrarre dal sottosuolo, essi dovranno necessariamente essere ricavati dal “soprasuolo” !! Questa non è un'opzione, piuttosto è un obbligo; pena: il ritorno all'età della pietra... o peggio.

Purtroppo però il mais, come fonte di biocombustibile, pone un serio problema: la sua coltivazione è energeticamente inefficiente rispetto alla coltivazione di piante erbacee, arbusti ed alberi. Difatti il mais impiega del tempo per germogliare e crescere dopo che l'irraggiamento solare, in primavera, inizia ad essere sufficiente per la crescita dei vegetali. Le piantine di mais devono poi essere seminate a debita distanza fra di loro, per cui gran parte dell'energia solare arriva al suolo inaridendo il terreno finché le piantine di mais non raggiungono dimensioni sufficienti a coprire completamente il suolo stesso.

Successivamente, e molto prima della fine dell'estate, la piantina di mais maturo ingiallisce e muore, finendo così di convertire energia solare in energia chimica sotto forma di chicchi di grano e fibre vegetali. L'energia solare, a quel punto, serve solo per rinsecchire completamente la pianta di mais e renderla così pronta alla trebbiatura. Anche la coltivazione di colza è soggetta a questo tipo di inefficienza. Per questo è decisamente conveniente, e forse risolutivo, usare l'insilato d'erba per la produzione di gas in luogo del mais o di altre graminacee.

L'insilato d'erba è un “cocktail” di erbe realizzato in modo che, nei campi su cui esso è coltivato, l'erba cresca uniforme e molto fitta durante tutto il periodo dell'anno in cui l'irraggiamento solare consente la crescita dei vegetali. Opportune macchine falciatrici eseguono allora periodicamente delle “tosature” sui campi di insilato tagliandolo e raccogliendolo a debita altezza dal suolo in modo che esso possa ricrescere senza problemi ed essere “tosato” a più riprese fino all'autunno inoltrato. Non esistono quindi periodi morti in cui l'irraggiamento solare non venga sfruttato per la crescita delle piante; da questo punto di vista, la coltivazione dell'insilato è decisamente conveniente, non c'è storia!

Ma che cosa ci si può fare allora con queste massicce quantità di falciato erbaceo che si rigenerano durante tutta la bella stagione? Biogas!

Il falciato può infatti venire tritato e mescolato con i reflui degli allevamenti di suini ed ovini per formare una poltiglia liquamosa da dare in pasto ad opportuni digestori, ovvero degli enormi silos in cui apposite colonie batteriche si nutrono di questa poltiglia producendo appunto gas metano. Gli scarti di questo processo sono infine ricchi di minerali e sostanze che possono partecipare alla concimazione dei terreni che genereranno altro insilato d'erba oppure altri alimenti per gli allevamenti, e così via...

Alla fine, per la produzione di biogas da insilato e reflui degli allevamenti, non si chiede altro che coltivare erba, niente di più semplice. Nessuno poi vieta di coltivare patate o pomodori in un terreno che l'anno precedente era coltivato ad insilato. La medesima "rotazione" non puo' essere invece implementata sui campi di pannelli fotovoltaici, ad esempio. Quindi, da questo punto di vista, la gestione della produzione di biogas è decisamente flessibile. Nella sostanza, con tutto il rispetto per le altre fonti rinnovabili, promuovo la produzione di biogas, nei termini sopra descritti, come fonte di energia rinnovabile veramente risolutiva! Ma risolutiva de che?

Certo, il biogas, assieme a tutte le altre rinnovabili, non può salvare il mondo intero dal collasso industriale; tuttavia, volendo, ne potrebbe salvare una buona parte. Quale che sia questa parte, e da quanti/quali individui ed attività industriali essa possa essere composta, non è dato a sapersi; questo dipenderà da scelte politiche, dai sentimenti della gente e dalla volontà del singolo individuo. Quel che però è certo è che i biocarburanti non saranno mai sufficienti per 7 miliardi di persone; no lo sono stati neppure i combustibili fossili ai tempi in cui, se si voleva più petrolio, bastava eseguire altre trivellazioni.

Ma i tempi ormai stringono, aggiungere altre perforazioni non è più sufficiente, può solo mitigare i problemi. Le borse hanno già iniziato il loro secondo ciclo di ribassi e “panic selling” dopo il 2008; questo tracollo borsistico anticipa di 3-4 mesi ciò che accadrà nell'economia reale: una nuova fase recessiva. Tutto ciò è dovuto all'esaurimento del petrolio di buona qualità, cioè quello facile da estrarre e da raffinare. Difatti, poiché la produzione di qualsiasi materia prima e l'estrazione di qualsiasi minerale richiedono ingenti quantità di petrolio, tutti i costi di produzione industriale salgono inesorabilmente; conseguentemente salgono anche i prezzi dei prodotti finali di consumo, uccidendo così il potere d'acquisto dell'operaio/impiegato a stipendio fisso. La gente inizia allora a privarsi di beni e servizi prima considerati “diritti ineluttabili”; i consumi si riducono, l'economia nel suo complesso si contrae.

I biocombustibili non possono, a questo punto, salvare l'economia mondiale, essi dovranno invece essere sufficienti per il sostentamento di una parte di essa. Per un certo tempo si assisterà a diversi cicli oscillatori verso il basso dell'economia e ad una spaventosa volatilità nel costo delle materie prime. Dal 2007 si sta infatti avverando la seguente sequenza di fasi economiche: 1) le riserve di petrolio e minerali di buona qualità iniziano a scarseggiare mentre la popolazione mondiale è lanciata, sequendo una crescita esponenziale, verso quota 7 miliardi; 2) l'offerta non riesce più a far fronte alla richiesta, per cui crescono a dismisura i costi degli energetici e delle materie prime e di tutto ciò che da essi derivano, compresi i prodotti finiti (anche alimentari) e i servizi; 3) il maggior costo delle vita abbatte i consumi, quindi l'economia si contrae, molte attività ed imprese chiudono i battenti e diminuisce la richiesta generale di materie prime; 4) si registra allora un surplus di materie prime sul mercato, quindi calano i costi delle stesse e, conseguentemente, dei prodotti finiti e dei servizi; 5) chi nel frattempo è sopravvissuto con un'attività o un salario regolare alla recessione di cui al punto 3°, si ritrova improvvisamente con maggior potere d'acquisto rispetto al punto 1°, quindi riprendono i consumi; 6) inevitabilmente aumenta di nuovo la richiesta di materie prime ed energia.

Da qui, il ciclo si ripete riprendendo dal punto 1°, ma questa volta con un PIL globale inferiore rispetto all'inizio del ciclo precedente; difatti nel frattempo si sono consumate altre materie prime (riducendone la disponibilità a livello planetario) e molta gente è uscita dal mondo del lavoro soprattutto perché molte imprese sono fallite o hanno ridotto il proprio fatturato.

Durante questi cicli tutte le materie prime hanno costi estremamente volatili, ma l'automatismo della riduzione nella richiesta, di cui al 3° punto, fa sì che esse non superino mai dei costi oltre i quali l'economia mondiale sarebbe condannata al collasso totale. Il vero problema allora è che, ad ogni ciclo recessivo, sempre più gente resta senza lavoro e non ha un salario con cui mangiare. Soprattutto i più giovani non vedono un futuro e la disoccupazione inizia ad essere percepita come una malattia mortale che colpisce a caso, un po' come un morbo infettivo di origini ignote. Molti padri di famiglia, poi, non riuscendo più a portare a casa uno stipendio e non potendo ammettere davanti ai propri figli di essere dei “perdenti”, scaricano tutta la responsabilità di questa loro condizione sullo Stato e si arrampicano in protesta sui tetti e sulle gru. Purtroppo, quando il numero di questi disagiati diventa confrontabile col numero di coloro che in qualche modo se la passano ancora bene, la situazione degenera nello scontro sociale al punto che i tetti si svuotano di cassintegrati in protesta, ma le piazze si riempiono di gente incappucciata che lancia le molotov.

Naturalmente le imprese ed i professionisti che riescono a sopravvivere alla fase 3) del CEOR (= Ciclo Economico Oscillatorio-Recessivo), entrano nella fase 5) con la disponibilità di risorse e clientela rilasciate dai diretti concorrenti che sono stati costretti a chiudere baracca proprio durante la fase 3). Non a caso, malgrado la crisi “dilagante”, in giro si vedono ancora tante Audi, BMW, Mercedes e tanti SUV all'ultimo grido. E questo con buona pace di operai ed impiegati che vedono il loro stipendio perennemente inchiodato a 1000/1200 € al mese, mentre il costo della vita cresce a vista d'occhio; difatti ormai (ma questo loro non lo sanno) siamo già al termine della fase 2) del secondo CEOR (il primo ha avuto inizio attorno al 2006/2007) e le buste-paga tendono ad alleggerirsi anziché aumentare.

Morale della favola. Nota la causa dei famigerati CEOR ed appurato che non ci si può porre rimedio, dove si andrà allora a finire? Da una parte è inutile accanirsi per consentire al mondo intero di vivere come ha fatto finora, tuttavia non ci si può neppure rassegnare al ritorno al medioevo. La vita continua insomma... o almeno si deve fare il possibile affinché continui. Se i combustibili fossili si esauriscono, è necessario quindi trovare il modo più efficiente per produrre biocombustibili in modo rinnovabile. Naturalmente il nostro pianeta può produrre, nella forma di vegetali da lavorare, solo una quantità limitata di energia ogni anno. Ne consegue che ciascuna nazione che desideri vivere in pace ed in equilibrio col proprio territorio dovrà fare in modo che la propria richiesta di energia scenda fino ad incontrare ciò che, in termini di energia, il territorio stesso riesce ad offrire; tale risultato essa dovrà conseguirlo anche a costo di ridurre opportunamente la propria popolazione, sia che si proceda attraverso un'apposita pianificazione demografica oppure che si lasci che sia la natura stessa, attraverso la fame e l'indigenza, a ridurre “forzatamente” il numero di abitanti.

Contestualmente, se si riuscirà a rendere più efficiente la produzione di biocombustibili, tanto meglio! La scelta della coltivazione dell'insilato d'erba (piuttosto che il mais o la colza), assieme allo sfruttamento dei reflui zootecnici per la produzione di biogas, andrebbe allora proprio in questa direzione: massimizzazione del combustibile prodotto a parità di terreno coltivato.

Questa ricerca di un equilibrio naturale non dovrà allora servire all'economia per crescere, né tanto meno alle borse mondiali (che no esisteranno più) per salire, ma servirà a ciascuna nazione per raggiungere un tenore di vita decente senza dover muovere guerra ad altre nazioni. Il vero economista non sarà più l'edonista incravattato che si dilunga in trastulli mentali sulle opportunità di business e di investimenti, ma sarà colui che troverà i giusti metodi per consentire alla propria gente di lavorare e vivere in equilibrio con le risorse del territorio.
Impresa impossibile? Dobbiamo almeno provarci. Anche se questo non accadrà in tutto il mondo, forse potrà accadere “da qualche parte” nel mondo e i fortunati che vivranno in queste “oasi” relativamente felici saranno eternamente grati a chi, decenni prima, ha pensato efficacemente al loro futuro.

Tutte le discussioni in merito alle soluzioni alla crisi che si sentono in questi giorni (Agosto 2011, ndr) sono semplicemente parole al vento: l'innalzamento dell'età pensionabile, la riduzione del costo del lavoro, il taglio agli sprechi, l'investimento in infrastrutture etc etc. Nulla di tutto ciò, benché argomento di notevole importanza a prescindere da qualsiasi crisi, sarà la vera soluzione dei nostri problemi. Il vero problema è che l'industria, la società ed il vivere civile hanno bisogno di energia e di materie prime per andare avanti. La benzina (quella buona) si sta esaurendo e l'economia sta implodendo NON a causa degli speculatori ribassisti, ma a causa dell'anemia di risorse dei nostri tempi.

Lasciamo però che la gente creda ancora che la colpa di tutti i nostri problemi è degli speculatori; così, finché tutti scaricano le loro frustrazioni su questi capri espiatori, qualcuno come il sottoscritto, lavorando nell'ombra, farà il possibile per capire come rendere ancora possibile la vita su questa Terra.

La vita continua insomma, con l'erba buona... ma non quella che si fuma!

lunedì 21 febbraio 2011

Il peso dello scarto nei pomodori da conserva ed il costo della benzina alla pompa

Quando ero adolescente, durante l'estate, normalmente andavo a lavorare in campagna per la raccolta di pomodori, pesche, mele e pere. In particolare, compiuto il mio 14° anno di età, decisi di cimentarmi nella raccolta dei pomodori, sotto il sole d'Agosto, al soldo di un contadino della mia zona che li vendeva sia al mercato provinciale che alle industrie delle conserve.

Chiaramente i pomodori destinati all'industria, siccome venivano processati in quantità (per l'appunto) industriale senza distinzione di qualità, peso, maturità o gusto, al chilogrammo erano decisamente meno remunerativi dei pomodori di prima scelta venduti al mercato. I processi industriali di produzione di pelati e conserve epuravano il prodotto “grezzo” meccanicamente o per mezzo dell'intervento di operatori umani che, in quanto tali, necessitavano di un'opportuna retribuzione. Nei pomodori raccolti per l'industria c'era allora molto scarto, che naturalmente l'industria non voleva pagare.

In linea di principio si sarebbe potuto raccogliere solo pomodori di prima scelta, tuttavia nella raccolta di un'intera coltivazione è inevitabile fare dello scarto; inoltre se si lasciano sulle piante i pomodori ritenuti di scarto perché troppo piccoli o ammaccati, questi possono fare marcire i pomodori ancora maturandi, possono appesantire inutilmente le piante a cui sono attaccati ed inoltre rendono difficoltosa la raccolta agli operai agricoli che ogni tanto, sotto il sole d'Agosto, prendono inavvertitamente in mano questi “slimer” rossastri nauseabondi. In definitiva, piuttosto che buttare via tutto lo scarto, visto che per un motivo o per l'altro conveniva raccoglierlo, lo si rifilava alle industrie delle conserve.

Tutto bene ad inizio stagione, quando le piante sono fresche ed i pomodori (pure quelli di “scarto”) sono belli rossi e tutti turgidi. Ma poiché, a questo mondo, la vecchiaia avanza anche per le piante di pomodoro, giunge inesorabile, verso la fine della bella stagione, il momento di sbarazzarsene malamente. In tale periodo, di fatto, le piante producono ancora pomodori, ma quasi esclusivamente di scarto. Chiaramente, finché le piante producevano principalmente pomodori di prima scelta, aveva senso, con un minimo sforzo, mettere da parte i pomodori di seconda scelta che venivano raccolti strada facendo; ma quando resta solo un prodotto di seconda scelta sottopagato dalle industrie, non ha più senso perdere tempo a chinarsi sulle piante per staccare un pomodoro alla volta.

In definitiva, a noi ragazzi che lavoravamo in quella raccolta, verso fine Agosto veniva ingiunto di sradicare brutalmente le piante alla radice e di scuoterle sull'apposito cassone in modo che tutti i pomodori rimasti attaccati precipitassero “per gravità”, naturalmente in compagnia di foglie e terriccio vario. Se qualcuno allora, ogni tanto, sente un po' di sabbietta nella degustazione della prelibata pasta al pomodoro da discount... beh, può immaginarne il motivo.

Si può capire allora perché i pomodori “grezzi” che escono dalle aziende agricole vengano quasi regalati alla grande distribuzione, mentre il pomodoro “perfetto” presentato al bancone del supermercato, frutto di un'accurata selezione e confezionamento, ha un costo decisamente impegnativo per la povera massaia di città. Questo effetto dello scarto, naturalmente, si somma all'avidità della grande distribuzione che, per distribuire il prodotto del misero contadino, gli impone prezzi del prodotto grezzo assolutamente ridicoli.

Qualcosa di analogo accade anche alla filiera di estrazione-raffinazione-distribuzione del petrolio. Quello che veramente conta non è tanto il costo del greggio, la cui qualità può peggiorare col tempo, ma il prezzo della benzina alla pompa, estratta dal greggio stesso e la cui qualità è prefissata da opportuni standard per impedire che i motori si ingolfino per via delle eccessive impurità nel carburante. Insomma, la benzina è quella che finisce nel serbatoio delle macchine, non il greggio!! Questo NON è un dettaglio da poco e bisogna farsene una ragione. Finora la qualità del greggio è sempre stata mediamente costante; quindi è sempre stata pressoché costante la “fatica” che si doveva fare per estrarre il prodotto finale utilizzabile dall'utente finale automobilista o camionista. Quindi, finora, l'andamento del costo dei carburanti, sia nelle quotazioni di borsa che alla pompa, hanno sempre seguito abbastanza fedelmente l'andamento del costo del barile; da qualche mese a questa parte, invece, si assiste ad una biforcazione crescente fra costo dei carburanti e del greggio: quando il costo del greggio decresce, il costo delle benzina rimane pressoché invariato; quando il costo del greggio cresce o rimane abbastanza stabile, il costo della benzina aumenta... anche di poco però aumenta!

Queste considerazioni non sono frutto di statistiche occulte o rumors della Rete che nessuno può verificare; basta confrontare l'andamento del costo del petrolio con quello della benzina al seguente link: http://it.advfn.com/materie-prime/. Quindi, per comprendere in tempo reale gli effetti del picco del petrolio CONVENZIONALE, che ha avuto luogo in modo molto smussato a partire da 2005/2006, non è proprio conveniente considerare il costo del greggio in sé; piuttosto è più interessante raffrontarlo con l'andamento dei prezzi sui futures di benzina, gasolio e cherosene. Quelli sono i carburanti che si presentano alla pompa e che sono bruciati dai mezzi di trasporto di tutto il mondo!

Per ritornare alla metafora agreste del pomodoro, anche il prodotto grezzo raccolto dal contadino vale una miseria, ma quello che si presenta sul bancone del supermercato viene venduto (come sembra dire il nome stesso “pomo d'oro”) a peso d'oro. Analogamente, non deve destare scandalo il fatto che il costo del barile sia stabile o in calo e, contestualmente, il costo della benzina alla pompa sia in lenta ma inesorabile crescita. Si parla tanto male dei benzinai o delle compagnie petrolifere che alzano il costo della benzina a ridosso delle vacanze per massimizzare i profitti, quando in realtà la vera questione sta semplicemente nella qualità media del greggio che continua a peggiorare progressivamente in tutto il mondo... La benzina finora CI E' STATA REGALATA, è questa la verità! Tutto grasso che è colato fino a questi ultimi tempi! Ma, naturalmente, questo concetto è ancora oscuro all'automobilista miserabile intento ad arrivare a fine mese nonostante il caro dei carburanti.

Ad ogni modo, difronte ad un evento inevitabile di immani proporzioni come il picco petrolifero, siamo tutti miserabili; il fatto sostanziale è che, per un motivo o per l'altro, il costo dell'energia crescerà, e con esso il costo della vita. Conoscerne le vere cause allora non serve tanto a risolvere i problemi in sé e per sé, ma piuttosto serve a guardare a certi problemi con occhio disincantato e consapevole senza aizzare la propria ira contro falsi capri espiatori... Questo certamente non serve a salvare il mondo ma, a parità di condizioni, può aiutare ciascuno di noi a vivere un po' meglio e con maggiore serenità difronte a problemi che, in passato, non avremmo mai pensato di dover affrontare.

venerdì 7 gennaio 2011

Gesù, Buddha e i Supersaiyan contro l'Impero - Una divagazione sulla lotta millenaria fra crescita spirituale e crescita patrimoniale



Ogni uomo o donna, sulla faccia della Terra, aspira ad un domani migliore per sé e per la sua discendenza. Questo vale anche per chi abbia già ottenuto il massimo che la vita, la tecnologia o la natura possano offrirgli. Ciò che inizialmente era l'aspirazione a condizioni di vita dignitose, successivamente diventa avidità. Insomma, la vita continua anche di fronte alle peggiori sciagure, si guarda sempre avanti, non si può tornare indietro, neppure ci si può fermare. Bisogna sempre crescere, crescere, crescere... ma in che cosa?

Anche il kamikaze mussulmano integralista si suicida per uccidere altre persone presunte infedeli e, secondo una certa superstizione, salire in un sol colpo nella graduatoria spirituale per ritrovarsi, sic et simpliciter, nel paradiso eterno al cospetto di Dio. Questo è un esempio estremo, anzi estremista, del concetto di crescita spirituale che una persona può avere. Tutte le altre religioni invece propongono una crescita spirituale progressiva, attraverso le prove della vita, la rinuncia e la preghiera. In particolare il Buddha e Gesù invitavano all'annullamento di ogni forma di proprietà e desiderio. Da questo punto di vista essi risultano antitetici all'Ebraismo che appare come una religione fortemente patriarcale, in cui si afferma l'ineluttabilità della proprietà privata, concretizzata nel comandamento “Non desiderare la roba d'altri”. Di tale proprietà privata, fra l'altro, farebbero parte anche le donne: “Non desiderare la donna d'altri”.


Di certo Gesù, che molto diplomaticamente non voleva contraddire nessuna delle antiche scritture, accettava questi comandamenti ma intendendoli, all'incirca, nel senso di “non invidiare il prossimo, accogli ciò che la vita ti offre”. Se interpretati nel senso letterale, tali comandamenti appaiono invece come un'apologia della proprietà in patriarcato. ATTENZIONE però, per patriarcato non si intende esclusivamente l'autorità che i padri di famiglia possono esercitare su mogli e figli, bensì, più in generale, si intende il diritto di qualcuno di possedere ed esercitare il proprio comando, totale o parziale, su un insieme di cose/persone e di decidere della loro sorte, naturalmente a proprio vantaggio.

Ora, la struttura organizzativa che vige a livello familiare, si estende inevitabilmente anche ai vertici governativi di una nazione. In particolare le monarchie nascono proprio per governare popolazioni fortemente patriarcali, NON certo per governare popolazioni che credono nell'uguaglianza e nella fraternità. Più in generale, le istituzioni di un Paese tendono normalmente ad omologarsi all'organizzazione che vige nel substrato sociale, composto da famiglie e piccole comunità... e viceversa. In questo modo l'intera nazione è composta in modo omogeneo dalla medesima “materia”, e tutti i livelli istituzionali possono interagire parlando il medesimo linguaggio e condividendo i medesimi valori, siano essi imperniati sull'amore e sul rispetto degli ultimi della Terra, o sulla venerazione del potere e della guerra.

Naturalmente Gesù, parlando alla gente di amore e rispetto nei confronti degli umili, minava alla base le convinzioni su cui si fondava l'Impero, secondo cui era bello e gradito soltanto ciò che risultava utile a vincere e dominare. Non per niente i primi cristiani erano torturati e crocifissi pubblicamente, trattamento questo che Roma riservava ESCLUSIVAMENTE ai traditori dell'impero. Proprio Gesù fu il primo cristiano a cui venne riservato questo trattamento; d'altra parte se gli Israeliti dell'epoca avessero deciso autonomamente di uccidere Gesù, lo avrebbero fatto lapidandolo (poco importa che Ponzio Pilato abbia fatto crocifiggere Gesù per acclamazione degli Israeliti, quella fu soltanto una farsa; ma purtroppo questo non si potrà mai provare...).

Anche dopo la morte di Gesù, si fece il possibile per insabbiare ogni testimonianza degli insegnamenti "rivoluzionari" contenuti nel suo Lieto Annunzio.
Difatti anche quando il Cristianesimo iniziò ad essere tollerato e, in ultima istanza, venne confermato come religione dell'Impero, i poteri forti fecero di tutto per impedire la traduzione e la copia dei Vangeli. Per la legalizzazione della traduzione e diffusione dei Vangeli bisognerà attendere la breccia di Porta Pia; fino a quel tempo, a parte la prima parentesi di Cristianesimo genuino ai tempi delle persecuzioni, la Religione Cattolica fu solo un insieme superstizioni, leggende sui santi (o presunti tali) e feticismo delle reliquie.

D'altra parte lo Stato della Chiesa non era altro che un'emanazione dell'antico Impero Romano in cui era ancora vivo il concetto maschilista di pater familias che decideva sulla vita e sul il destino di moglie e figli. Non a caso, anche oggi, un prete viene chiamato “padre” benché non abbia mai avuto un figlio in vita sua. Gli insegnamenti di Gesù erano allora in pieno contrasto, fra l'altro, anche con questo becero maschilismo che pretendeva di vedere la donna come una proprietà del pater familias.


A prova della notevole considerazione che Gesù aveva delle donne, si possono prendere in considerazione i seguenti punti:

  • Nessuna donna, in tutto il Vangelo, tradisce o rinnega Gesù. Difatti sono le tre Marie a rimanere sotto la croce fino all'ultimo mentre gli apostoli sono tutti scappati o si sono nascosti dopo averlo rinnegato.
  • Gesù, in diverse occasioni, se la prende con i suoi apostoli perché ritiene che non abbiano abbastanza fede. In tutto il Vangelo, invece, non c'è mai una donna che sia scarsa di fede nella sua parola.
  • Nel Vangelo l'unica persona a controbattere alla volontà di Gesù è una donna cananea, appartenente fra l'altro ad una popolazione che la civiltà ebraica riteneva fosse da sterminare (“Donna davvero grande è la tua fede, ti sia fatto quanto hai chiesto”, Matteo 15-28).
  • Gesù accetta di realizzare il suo primo miracolo su richiesta di sua madre Maria.
E' poi certo che, nel contesto di una cultura violenta e patriarcale, molte prove della considerazione che Gesù coltivava nei confronti delle donne siano state censurate od occultate fin dall'inizio dell'evangelizzazione. Poco importa allora che gli apostoli fossero tutti maschi. Difatti per loro si prefiguravano tempi di enormi fatiche e privazioni, viaggi pieni di pericoli e, in alcuni casi, tortura e prigionia. Queste sono tutte fatiche che una donna, dal punto di vista fisico, difficilmente riesce ad affrontare. Durante tutto il Medioevo, la Chiesa di Roma ha invece dato l'idea che vi fosse stato un disegno specifico nell'affidare la prima evangelizzazione a 12 persone di solo sesso maschile; ha fatto cioè credere che solo persone di sesso maschile potessero essere le uniche depositarie della conoscenza, della teologia, e di tutte le responsabilità che riguardavano l'istituzione della Chiesa stessa.

A conferma, poi, dell'antipatriarcalismo del messaggio evangelico, si può anche osservare che Gesù esigeva che, chiunque avesse deciso di seguirlo, rinunciasse a tutti gli averi lasciati dai padri, al punto da rinunciare anche al ricordo stesso di padri e famigliari (A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va e annunzia il regno di Dio". Luca, 9-59:60). Questo significa che, a livello istituzionale, la Chiesa non doveva detenere alcun potere temporale e che, nel contesto popolare, nessun padre aveva il diritto di influenzare le scelte dei figli che volessero seguire una vita di apostolato ed evangelizzazione (successivamente definita “vita sacerdotale”)... se non è un attacco al patriarcato questo!

Ma Gesù, in fondo, non aveva niente di personale contro il potere, la ricchezza ed il patriarcato; proprio per questo disse: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Il problema sostanziale era che, tipicamente, le possibilità di compiere un vero cammino spirituale, per una persona legata alle proprie ricchezze, erano molto remote. Per questo non disse mai che un ricco non avrebbe mai potuto entrare nel Regno dei Cieli, ma che “è più probabile che una corda passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”; poi per un errore di trascrizione la parola “corda” venne tradotta in “cammello”, conferendo alla frase un aspetto molto grottesco, ma il senso è quello.

Anche Gesù allora proponeva un certo modello di CRESCITA, che però risultava implicitamente contrastante col modello di crescita imperiale voluto da Roma; quella proposta da Gesù era difatti una crescita ESCLUSIVAMENTE SPIRITUALE, ed in quanto “crescita” riusciva ad entrare nel cuore delle persone, esattamente come riuscì ad entrare nel cuore delle persone il Buddismo, che proponeva l'ascesi (=crescita) al Nirvana attraverso la rinuncia a qualsiasi forma di desiderio. Ai nostri giorni ci viene invece propinata la crescita economica come unica forma di crescita possibile; il valore del sacrificio per la famiglia, per la patria o, più in generale, per il prossimo, è stato sostituito col sordido edonismo. E' l'Impero che colpisce ancora, che impone la sua versione di crescita. Ma tale crescita richiede sempre maggiori risorse, che però sono limitate.

Ahimè, quando l'irreversibilità del declino economico ("declino economico" non coincide necessariamente con "fine del mondo", ndr) sarà conclamato, la nostra misera società individualista si ritroverà completamente vuota di contenuti. Molti individui che fino al giorno prima spendevano fortune in centri benessere, vestiti griffati ed auto di lusso, si ritroveranno col sedere a terra, nel senso finanziario del termine. Queste persone, private di tutti quei beni effimeri e di consumo che alimentavano il loro insulso ego, si troveranno improvvisamente vuoti, senza un'anima, senza uno scopo, senza nulla di cui compiacersi. Nella sostanza questi individui diventeranno veri e propri zombies che, in taluni casi, potrebbero pensare di scaricare le proprie frustrazioni su qualsiasi cosa che si muova e respiri...

Gli attivisti che si occupano dei limiti dello sviluppo fanno allora bene a parlare di “decrescita felice” ma, per contro, tutti assieme dovrebbero mettere a punto un modello di crescita alternativo che soppianti la crescita economica esponenziale, fine a se stessa, che finora ha rappresentato l'unica ragione di vita per l'intero Occidente. Tale crescita deve essere molto più orientata alla spiritualità ed al progresso collettivo; deve lasciare intravedere, ad esempio, la possibilità di ulteriori progressi scientifici e tecnologici (vedi viaggi nello spazio, acceleratori di particelle, reti neurali di calcolatori etc etc) e di ulteriori avvicinamenti culturali fra i popoli.

La questione della crescita individuale e collettiva è in realtà una faccenda molto seria. Un individuo nasce col primo scopo essenziale di crescere fisicamente ed intellettualmente sino alla maggiore età, cioè fino ai 20 anni inoltrati; successivamente vorrà accrescere il proprio reddito, ma questa è un'altra storia... Proprio i bambini sono allora le persone maggiormente attratte da tutto ciò che evolve, si trasforma e, possibilmente, diventa sempre più forte.

Durante l'università, per fare su qualche soldo, facevo animazione presso una scuola elementare cattolica. Sostanzialmente facevo giocare i bambini a calcio durante la ricreazione. In quel periodo i ragazzini andavano tutti pazzi per Dragon Ball; anche a me piaceva molto quel cartone-animato, specialmente perché i personaggi acquisivano i loro poteri non per concessione dall'alto o per mera ereditarietà genetica, ma a seguito di continue sfide, sacrifici, e difficoltà sovrumane. Grazie a tutto ciò, diventavano spiritualmente sempre più potenti ed, alla fine, diventavano invincibili nella forma di Supersaiyan. Per contro, i supereroi americani della Marvell, ad esempio, non mi sono mai piaciuti perché ottenevano sempre i loro poteri grazie ad uno scherzo del destino o per qualche forma di ereditarietà genetica (si veda il tanto blasonato Superman); erano troppo statici ed anche un pò paraculi. D'altra parte i supereroi della Marvell sono semplicemente il frutto di una cultura fortemente edonistica, mentre Dragon Ball e molti altri cartoni-animati giapponesi sono frutto di una cultura orientale imperniata sulla crescita spirituale, sull'evoluzione e sul superamento dei propri limiti.

Insomma, i bambini nascono già con un concetto molto profondo di crescita spirituale ed interiore; poi è la società, assieme alla scuola, che li uccide (nel senso psicologico del termine) e li omologa al quieto vivere ed alla ricerca del gadget tecnologico o del pantalone firmato.

Lo ripeto ancora: la questione della crescita individuale e collettiva è una faccenda molto seria! Parlare solo di decrescita, fine a sè stessa esattamente come la crescita, non sarà sufficiente a motivare la gente ad affrontare un futuro pieno di difficoltà e rinunce a comodità che oggi sono considerate inalienabili. Attivisti peak oilers e sedicenti ambientalisti di tutta la Terra, guardate a Gesù, a Buddha, a chi vi pare, ma escogitate un piano di CRESCITA veramente convincente e molto più spirituale di quello che finora avete proposto. L'Impero sta vacillando, inventate anche voi il vostro Dragon Ball, i bambini ci insegnano...

martedì 4 gennaio 2011

La dignità di quegli “sporchi lavori" che qualcuno deve pur fare




Se sei un/una adolescente di circa 14 anni e devi decidere quali studi superiori seguire, o un/una ragazzo/a di circa 18 anni e devi decidere a quale corso universitario iscriverti, ma infondo pensi che studiare, in questo contesto di crisi occupazionale, non serva assolutamente a niente se non si hanno talenti o raccomandazioni particolari, ebbene... HAI INDOVINATO!!

Ma allora, per gli stessi motivi, non andare a studiare significherebbe semplicemente essere disoccupati subito, piuttosto che esserlo dopo diversi anni di studio. Ciò detto, qualcuno potrebbe allora osservare che, se non altro, andando a studiare ci si forma un certo “bagaglio culturale” di cui si potrà far tesoro quando “l'economia ritornerà a tirare” e gli sbocchi professionali ritorneranno ad essere “numerosi” anche per tutti coloro che hanno seguito studi non prettamente tecnici.

Purtroppo, però, i presupposti, ovvero i luoghi comuni che portano a queste considerazioni, sono fatalmente errati, nel senso che hanno già portato milioni di giovani a compiere diversi ERRORI FATALI durante la propria vita. Mettiamo allora i puntini sulle “i”:

  1. Innanzitutto la ripresa, nei termini attesi dagli economisti bocconiani (i guru dell'umanità al servizio del PIL), non ci sarà più, piaccia oppure no! E comunque non deve essere il famigerato +1,1% a risolverci i problemi della vita...

  2. Il termine “bagaglio culturale” o “cultura”, vuole dire tutto ed anche niente. Anche la persona più colta di questa Terra può essere incapace di dire, fare o pensare alcunché di socialmente o intellettualmente utile.

  3. Non è poi detto che un lavoro intellettuale sia meno faticoso ed impegnativo di un lavoro manuale. Tipicamente, infatti, sono proprio gli impiegati ad essere i più stressati, soprattutto a causa di orari di lavoro molto irregolari in certi uffici...

  4. Il lavoro, ad esempio di contadino o pastore, può essere fisicamente faticoso, ma decisamente NON deve essere considerato umile, visto che è il contadino che, col suo duro lavoro, DA' DA MANGIARE anche all'aristocratico che viaggia in SUV.

  5. Se non si prosegue con gli studi, ci sono da subito molte possibilità lavorative per aspiranti operai agricoli, operai metalmeccanici, camerieri, traslocatori, imbianchini etc etc. Ci si deve però scordare, una volta per tutte, dell'aspirazione al comodo (o presunto tale) lavoro dietro alla scrivania.

In particolare, la professione (perché tale deve essere considerata) di operaio agricolo è ormai relegata ad extracomunitari sottopagati; nessuno vuole più riprendere contatto con la terra che ci nutre. Purtroppo viviamo in una società in cui casalinghe e singles medio-borghesi di ogni età vanno, perlopiù, a procurarsi il cibo nei soliti centri commerciali dove tutto il cibo è pronto in vaschetta o in sacchetto, spesso precotto. I bambini crescono ormai con l'idea che esistano gli alberi delle vaschette e dei sacchetti, o che certe prelibatezze piovano dallo spazio profondo come per incanto o per concessione degli alieni.

Certo, qualcuno potrebbe dirmi “fallo tu l'operaio agricolo, visto che ci credi tanto!”. Ed infatti, come già accennato in un precedente post, da adolescente ho anche praticato l'attività di operaio agricolo, ma ho sempre avuto vocazione per la tecnologia ed il lavoro intellettuale. Il mio attuale lavoro, molto in linea con i miei titoli di studio, a modo suo NON è meno faticoso di quello di operaio agricolo; alla sera, dopo aver spremuto ogni risorsa del mio cervello, ho la forza di volontà appena sufficiente per salire in macchina e tornare a casa. Alcuni miei amici coetanei, che da sempre svolgono lavori manuali, non ce la farebbero mai a reggere un'attività lavorativa intellettuale e sedentaria come la mia; anche loro, però, alla sera sono stanchi ed hanno appena la forza fisica per salire in macchina e tornare a casa... ciascuno ha la sua croce, è questo il punto! Quindi nella scelta se continuare a studiare oppure no ed, in caso affermativo, quale corso di studio seguire, ogni adolescente non deve chiedersi qual'è il lavoro più comodo, prestigioso e meglio retribuito che desideri svolgere, ma qual'è la croce che meglio riuscirà a sopportare fino al giorno del suo pensionamento (semmai dovesse riuscire ad arrivarci...).

La scuola, dal canto suo, tende invece ad insegnare ai giovani che conviene sempre proseguire negli studi superiori ed universitari per farsi una posizione nella vita; ma questo, naturalmente, solo perché gli studenti sono la materia prima della scuola e delle università stesse! Non esisterà mai un insegnante che scoraggerà qualche studente a proseguire negli studi. E' come se un pasticcere consigliasse ai suoi clienti obesi di seguire una dieta ferrea fino al raggiungimento del peso-forma ideale. A seguito, quindi, di questa campagna diffamatoria strisciante ai danni del lavoro manuale, si incolpa lo Stato per il fatto di non riuscire a collocare adeguatamente questo esercito di laureati in materie la cui utilità, assieme ai cerchi nel grano e alla massa oscura dell'Universo, compare ancora fra i misteri irrisolti della scienza moderna. In fondo anche il corpo docenti, in generale, forma una propria lobby; peccato che questa lobby speculi sulle vite e sulla buona fede di milioni di giovani.

I giovani non dovrebbero quindi protestare per i tagli all'istruzione, ormai sovradimensionata rispetto alle opportunità professionali offerte dal mondo del lavoro reale (e non quello immaginato dai docenti); dovrebbero invece protestare per l'eccessivo disprezzo a cui sono sottoposte tutte le attività lavorative cosiddette “umili”, ma di cui TUTTI HANNO VITALE BISOGNO, finanche l'aristocratico in SUV. Bisogna, in sostanza, ritornare alla lotta per i diritti dei lavoratori... ma non solo dei lavoratori nelle grandi fabbriche, che normalmente consentono a certi sindacati di farsi molta pubblicità, ma anche dei netturbini, degli operai agricoli nelle piccole aziende di campagna, delle badanti, dei pastori, dei muratori, degli idraulici etc etc etc.

Tutte queste mansioni, che sono degne di grande rispetto poiché, di esse, la nostra società NON può assolutamente fare a meno, devono essere adeguatamente tutelate e remunerate, altrimenti nessuno vorrà più svolgerle, e per molto tempo ancora ci saranno a spasso milioni di studenti in protesta perché non riescono a trovare lavoro come sociologi o filosofi.