domenica 19 gennaio 2014

Venexia, un esempio per tutti noi, ed anche per gli altri



Negli ultimi anni alcuni autori di QdVN, tutti di residenza veneta, sono stati attratti da noti partiti/movimenti invocanti l'indipendenza del Veneto o, ancor meglio, del Nord Est (vedi Tre Venezie). La nuova repubblica che si voleva creare avrebbe dovuto basarsi sulla matrice di quella che era stata l'antica Repubblica di Venezia, altrimenti nota come Serenissima, o La Dominante. D'altra parte, l'esasperazione (e la disperazione) porta a soluzioni estreme. Ma perché, ci si chiede, fare da bancomat per un Mezzogiorno decotto, per le pazze spese della Regione Lazio, per le decine di migliaia di forestali siciliani, per la progettazione di un ponte sullo Stretto di Messina che non sarà mai realizzato, per i vitalizzi d'oro dei parlamentari? Questo solo per citare alcuni esempi di sprechi e pozzi senza fondo in salsa italiana.

E poi diciamocelo, i Veneti sono culturalmente molto diversi dal resto degli Italiani; né meglio né peggio, solo diversi. Secondo certi antichi stereotipi, il veneto "verace" sarebbe ubriacone e bestemmiatore... esattamente come il romanaccio è un tamarro vanaglorioso, il napoletano è un fannullone tracotante, il milanese è un maniaco del lavoro etc etc. Il veneto ubriacone bestemmiatore, in fondo, è una macchietta come tante altre. La verità è che in Veneto, come altrove, c'è tantissima brava gente, concentriamoci si questo. Perché allora separarsi dalla brava gente di tutto il resto d'Italia? Qua, diciamocelo chiaro, è questione se mettere davanti il portafoglio oppure il cuore. Anche ai veneti più gretti e bigotti, tutto sommato, piacerebbe restare in Italia, a patto di non essere più vessati dal fisco. A stomaco vuoto e senza moneta in saccoccia siamo tutti pronti a dichiararci indipendentisti e/o anarchici, mentre col saldo del contocorrente a sei cifre ci dichiariamo candidamente filogovernativi.

Anche i movimenti indipendentisti sono composti in buona parte da brava gente, questo post non vuole giudicare nessuno. D'altro canto gli indipendentisti, in linea di principio, hanno ragioni fondate e comprensibili per voler la separazione del Veneto dal resto d'Italia; sta diventando una questione di mera sopravvivenza. Tuttavia fa molta tristezza, ad esempio, l'idea di attraversare il Po da Rovigo, in direzione Ferrara, e trovare all'ingresso di Pontelagoscuro un cartello gigante con scritto "Benvenuti in Italia". Molti di noi sono assolutamente orgogliosi di appartenere alla medesima Nazione cui appartengono molti altri loro amici fuori dal Veneto. Bene, allora facciamo che non ci si divide da nessuno, né si fugge dalla propria italianità!

Detto ciò, però, i problemi restano. Ovvero l'Italia è un paese economicamente decotto, che usa il Veneto assieme a qualche altra regione come stampella del debito pubblico, e stiamo andando verso il declino industriale nazionale per motivi su cui si sono spese parole a profusione (QdVN, cap. "C'era una volta una potentissima legione"). Non si vuole la crescita forzata, né si vuole sponsorizzare la decrescita "felice", piuttosto è meglio se ci focalizziamo sul fatto che ognuno di noi deve poter lavorare e vivere dignitosamente, metter su famiglia se gli pare il caso e, ad una certa età da decidersi in base al tipo di lavoro svolto durante la vita adulta, deve poter percepire una pensione che gli consenta quantomeno di mangiare e pagare le bollette, fine! Con quale mezzo si arrivi a questo risultato poco importa, quindi se non si riesce più ad arrivarci per mezzo della crescita economica esponenziale (QdVN, cap. "La progressione geometrica, questa sconosciuta"), bisogna inventare qualche altro modello.

Dobbiamo quindi pensare ad un modello di economia pseudo-stazionaria, che non cresce né decresce, ma semplicemente fa quello che gli pare, sempre però garantendo una vita dignitosa a tutti gli uomini/donne di buona volontà che vogliano guadagnarsi la pagnotta quotidiana col sudore della propria fronte (politici ed amministratori delegati ivi inclusi), senza schiavi né signori, né omologazione a qualche partito bolscevico, ma solo uomini liberi.

Ma è mai esistito un modello di economia di questo tipo, che abbia retto per almeno un millennio, e da cui si possa prendere esempio? Ebbene, la Serenissima Repubblica ha seguito in modo del tutto spontaneo proprio questo approccio. Mentre il resto d'Italia era spezzettato in ducati e principati di breve durata, sempre governati da famiglie nobili diverse, raramente capeggiate da principi illuminati come Lorenzo il Magnifico, il territorio che oggi va sotto il nome di Tre Venezie sottostava ad un unico governo sempre guidato dai Dogi, che altro non erano che potentissimi generali dei mari eletti dai Pregadi, ovvero la classe dirigente del tempo che si era messa in vista per le proprie capacità imprenditoriali. Trattavasi di imprenditori a tutti gli effetti e non di nobili e latifondisti.

Non erano però imprenditori alla berluscona, cioè non erano magnati della TV circondati da orde di avvocati da mantenere, bensì erano proprio imprenditori alla veneta che in generale si erano distinti nei campi della manifattura, della cantieristica navale e del commercio. I Pregadi erano chiamati così appunto perché venivano pregati di unirsi al parlamento visto che, in fondo, avevano già gli affari loro di cui occuparsi, e l'attività parlamentare, dal loro punto di vista, non rappresentava altro che un impiccio. Anche i parlamentari di oggi sono dei "pregadi", ma per il motivo contrario, nel senso che vengono continuamente pregati di andarsene. Naturalmente preferiscono restare perché generalmente non hanno mai lavorato in vita loro, e fuori dal parlamento non saprebbero di che vivere. Ma questa è un'altra storia.

In sostanza il governo della Serenissima era di matrice oligarchica, ma storicamente molte decisioni importanti furono prese per acclamazione popolare, o comunque interpretando il volere della gente. In secoli oscuri di grandi barbarie La Venetia si poteva considerare una vera democrazia, o comunque il migliore dei mondi possibili. Grazie alla sua organizzazione efficiente, la prima Venezia lagunare attirò le simpatie dei comuni dell'entroterra che aderirono spontaneamente alla Repubblica. Grazie a questo processo di espansione pacifica, a metà dello scorso millennio la Serenissima si estendeva fino al Bergamasco ad Ovest, e fino a Quarnero e Dalmazia ad Est. Essa mantenne tale estensione fino alla devastante discesa delle truppe napoleoniche attraverso le campagne del Lombardoveneto. Napoleone attaccò Venezia alle spalle, millantando di essere il paladino del rinnovamento. Le città ed i comuni dell'entroterra che ormai erano assuefatti all'idea di trovarsi sotto l'ala protettiva del Leone Marciano (il leone per l'appunto alato, simbolo di Venezia), furono colti alla sprovvista da questa discesa fulminea dei Francesi.

Si dice che l'antica Repubblica fosse stata ormai sul viale del tramonto, e che il dissenso avesse ormai preso piede sotto l'ispirazione dell'Illuminismo. In realtà né il contadino, né la locandiera, né il vongolaro, né l'armatore dell'arsenale sapevano niente dell'Illuminismo. Tutti avevano un loro posto nella società ed ogni mattina, quando si svegliavano, sapevano esattamente cosa dovevano fare per guadagnarsi da vivere. Piaccia oppure no, questo era il venetian lifestyle, piaccia oppure no, questa era un'economia che ha funzionato per secoli, senza spread, senza bund, senza legge di stabilità, senza manovre correttive, senza inflazione o ripresina che sia. Tale struttura economica radicata fra la gente, creata dalla gente, ha permesso a Venezia di diventare un impero del Mediterraneo. Erano gli intellettuali illuministi romantici come Ugo Foscolo a professarsi filonapoleonici; ma lo stesso Foscolo non aveva mai lavorato in vita sua, e questo la dice lunga su quanto i personaggi come lui potessero rappresentare il volere della sua gente.

Ad ogni modo, con la rapida e sanguinaria incursione del criminale Napoleone, strenuamente respinta dai contadini dell'entroterra, la classe dirigente Veneziana fu destituita di ogni potere, ed il territorio venne frammentato in province la cui istituzione purtroppo divenne uno standard in tutta Italia benché non ve ne fosse nessun fondamento storico né utilità pratica, salvo poter controllare in modo più incisivo il territorio (in effetti ne stiamo pagando le conseguenze, o meglio i dirigenti, ancora oggi). Successivamente, col trattato di Campoformio, Venezia fu svenduta dallo stesso Napoleone agli Austriaci (con grande delusione di Foscolo, che si autoesiliò nella Milano da bere, poverino), sotto i quali gli stessi Veneti combatterono contro lo Stato Italiano appena nato. In tale frangente proprio Venezia vinse diverse battaglie sul mare.

Paradossalmente, dopo l'unità d'Italia, le cose andarono in peggio sotto diversi punti di vista. Difatti verso la fine del secolo XIX la fame e la povertà di una popolazione che viveva ormai di sola agricoltura spingevano ad emigrare verso le Americhe. Poi con l'avvento della Grande Guerra il fior fiore della rimanente gioventù veneta fu falcidiato sotto i colpi dell'artiglieria austriaca. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, infine, Quarnero ed Istria furono ceduti alla Federazione Jugoslava, con conseguente deportazione di migliaia di friulani, che vennero gettati nelle foibe come fossero stati sacchi di immondizia. E così territori guadagnati nei secoli dalla Serenissima a suon di galee e sciabolate, venne perso definitivamente in pochi giorni per le follie del Fascismo, un'invenzione a cui il Triveneto aveva aderito tiepidamente giacché i Veneti, per formazione culturale, nei leader assoluti non ci hanno mai creduto molto (il proliferare delle piccole/medie imprese del Secondo Dopoguerra infatti è dovuto al tipico individualismo alla veneta).

Ma, alla fine, 1000 anni di esperienza e tradizione repubblicana non si possono depennare con 200 anni di disastrosi governi foresti, fra cui anche quelli italiani. Le gesta dei grandi dogi scompaiono dai libri di scuola, ma la loro grinta scorre ancora nelle vene dei piccoli imprenditori che digrignando i denti si battono ogni giorno per non essere sopraffatti dai cinesi, dal calo dei consumi, dal credit krunch e dal fisco italiano. Non è l'economia delle grandi banche d'affari, non è l'economia degli edge funds, né l'economia delle borse internazionali. È piuttosto l'economia delle partite IVA che costruiscono cose che funzionano. Allora le possibilità per i Veneti sono 1) continuare a farsi spremere da quest'Italia che non ha uno scopo né un perché, 2) ammesso e non concesso che sia possibile, abbandonare l'Italia al suo destino per beneficiare a pieno delle proprie capacità di produrre ricchezza, 3) continuare ad essere italiani, ma imporsi sul resto d'Italia implementando, assieme ad altre regioni del Nord, una sorta di colonialismo industriale e culturale verso il Mezzogiorno.

Il Mezzogiorno infatti abbonda di sole, e quindi energia, abbonda di disoccupati, e quindi potenziale manodopera a basso prezzo, abbonda di brava gente, perché no!! Ma abbonda anche di mafie di vario tipo, abbonda di incapaci fannulloni, e scarseggia generalmente di cultura industriale. In realtà tutti questi problemi sussistono in qualsiasi Paese depresso come il Mezzogiorno, che è un Paese nel Paese. Il Veneto potrebbe allora realizzare proprio quello che gli Americani hanno implementato col piano Marshall: esportare la propria cultura, "corrompere" le genti con le prospettive di un futuro migliore da guadagnare col duro lavoro. Quest'idea potrà sembrare pura fantascienza, ma pensiamo al fatto che il Sud da solo non può farcela perché, se così non fosse, ce l'avrebbe già fatta!! Il Nord allora, anziché chiudersi nello sterile autocompiacimento, farebbe bene ad espandere la sua area di influenza verso latitudini più basse; se di espansione e crescita vuole vivere, in quanto gli piace competere, allora sia opportunista quanto serve e si espanda pure!

Affinché il Veneto intraprenda un tale percorso pseudocolonialistico verso altre regioni della Penisola, ci vuole un grande disegno, sostenuto da una grande dirigenza regionale che potenzialmente la politica veneta (o triveneta?) è in grado di sfornare. Come fare, in generale, ad eleggere una classe politica ingrado di implementare un'idea così innovativa, sia a Nord che a Sud, sbriciolando il marciume che ormai imperversa nella politica italiana dagli anni '80, sarà oggetto di un successivo post. Per ora facciamo solo presente che, nel nostro Paese, buoni amministratori non potranno mai essere persone che si candidano di loro iniziativa; dovranno piuttosto essere soggetti che vengono "pregadi" di fare politica per un certo tempo. Come fare ad implementare quest'idea ancor più fantascientifica? La risposta merita qualche studio, ma riteniamo si possa fare grazie a certi strumenti che oggi la tecnologia ci presenta. Anche per questo rimandiamo a futuri post.

Per ora osserviamo solo che quello dei pregadi è soltanto un esempio delle soluzioni amministrative che hanno permesso a Venezia di rimanere prospera e politicamente stabile per almeno un millennio. Non per niente si chiamava anche Serenissima. Perciò questa nazione del passato potrebbe essere presa a chiaro esempio di organizzazione economica e sociale. In fondo la sua anima è rimasta nel cuore della cultura veneta, ed il suo longevo sistema organizzativo ed istituzionale sicuramente potrebbe ritornare d'attualità come modello di riferimento per revisionare quest'Italia così sgangherata e sconclusionata.

Piaccia oppure no, il Veneto ha qualcosa da insegnare agli altri; se gli altri sanno fare di meglio, si facciano avanti, altrimenti tacciano ed ascoltino ciò che abbiamo da raccontare.

Venexia, Ti con nu, e nu con Ti.

domenica 5 gennaio 2014

Il picco petrolifero e quella strana giustizia del debito sovrano

E' da poco iniziato il 2014. A quest'ora, secondo le previsioni più cupe di alcuni cultori della catastrofe, si dovrebbe essere già in una situazione da "si salvi chi può", con governi allo sbando, servizi sanitari ridotti al minimo, pompe di benzina a secco, blackout diffusi sulle reti elettriche e quant'altro da fine dei tempi. Lo staff di QdVN non crede, anzi non vuole credere, in un tale tragico epilogo; se ci credesse, non avrebbe avuto senso scrivere QdVN stesso, sarebbe stato piuttosto più sensato fare scorta di gasolio, legna e razioni kappa, non vi pare? Fermo restando che la catastrofe potrebbe essere solo rimandata, abbiamo allora due notizie, una buona ed una cattiva.

Quella buona è proprio che la catastrofe può aspettare, e in qualche modo potrebbe non arrivare mai, a patto naturalmente che non consideriamo una catastrofe la perdita di milioni di posti di lavoro ed il logoramento continuo del potere d'acquisto dei salari. Quella cattiva è che il picco petrolifero è reale e ci siamo dentro fino al collo. Senza addentrarci in una noiosa disamina sul bilancio dell'estrazione petrolifera e carbonifera planetaria, guardiamo un pò, nella pratica, come anche la situazione di Grecia ed Italia in questi ultimi mesi ci suggerisca che il picco ha ormai avuto luogo qualche anno fa, e più precisamente attorno al 2008. Innanzitutto, chiedetelo a qualsiasi imprenditore sopravissuto che oggi cerca di destreggiarsi fra Equitalia e le banche: fino al 2007 di guadagnava ALLA GRANDE. Si consideri poi che il picco petrolifero, di per sè, non consiste in un'interruzione improvvisa e totale delle forniture di petrolio, ma in una sempre minore estrazione di petrolio di facile raffinazione.

Per iniziare: della Grecia non si sente più parlare, non si vedono più tafferugli e guerriglia urbana per le strade di Atene; poi la Grecia, come Stato, non è ancora fallita, anche se ci è mancato poco. Significa che là si è sistemato tutto e sta iniziando una qualche ripresa? In effetti si è sistemato in qualche modo il bilancio dello Stato, ma la vita di migliaia di nuovi disoccupati è rovinata, visto che non riusciranno a trovare altro posto di lavoro. Anche la Grecia insomma consuma di meno perché aumenta la porzione di popolazione che, non avendo più uno stipendio, non può consumare, e nel frattempo, chi ha ancora la fortuna di tirare uno stipendio, vede sempre più logorato il proprio potere d'acquisto.

La realtà è che, in linea di principio, nessuno stato può fallire finché c'è anche un solo contribuente che continua a pagare puntualmente le tasse. Difatti, se per assurdo questo accadesse, sempre in linea teorica, il debito di quel paese potrebbe comunque essere rinegoziato per venire ripagato attraverso un "comodo" mutuo di qualche centinaio di anni. Naturalmente alla morte/pensionamento del povero contribuente puntuale (che significa lavoratore dipendente o piccola azienda vessata dal fisco, ndr), sono i figli a proseguire il pagamento del debito.

Nella sostanza, il debito di qualsiasi Paese può sempre essere rinegoziato spalmandolo sulle future generazioni, purché la sua popolazione non sia destinata ad una estinzione di massa ed il Paese stesso non si ritrovi un giorno senza neppure un contribuente puntuale. Proprio il fatto di ritrovarsi senza neppure un contribuente puntuale è escluso a priori perché significherebbe ritornare all'Età della Pietra, oppure cadere nell'anarchia, che forse è la stessa cosa.

E così anche in Italia, mentre il Governo gongola per lo spread sotto i 200 punti base grazie ad anni di pressione fiscale da suicidio, diverse statistiche lamentano una disoccupazione giovanile esplosiva, la tassazione abnorme a cui è sottoposto il lavoro dipendente, e la crescita di tariffe e bollette in generale. Anche l'Italia insomma è un Paese che ha sempre consumato molto, e contiene ancora al suo interno ampie sacche di scarsa/inesistente produttività, come accadeva alla Grecia. E' un paese che ha sempre contribuito attivamente a dilapidare milioni di barili di petrolio, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, ed indebitandosi a dismisura, disperdendo denari in opere pubbliche incompiute, stipendi d'oro, baby-pensionamenti, finanziamenti alla politica e quant'altro di inutile si possa immaginare.

Doppo il picco petrolifero non si praticano più sconti a nessuno; proprio questo è ciò che permette di risparmiare milioni di barili di petrolio al giorno, in quanto si impedisce a Paesi poco (o per nulla) virtuosi come l'Italia di consumare ciò che non meritano di consumare. Per ottenere tale risultato si lavora sulla morsa del debito sovrano che comporta, a sua volta, sovratassazione e quindi abbattimento dei consumi in linea col calo di disponibilità di materie prime.

Sembrerebbe esserci una sorta di giustizia divina in questo stritolamento di alcuni Paesi, salvo poi accorgersi che, secondo il giochino del dilazionamento del debito, a pagare devono essere sempre i soliti, ovvero i contribuenti puntuali... e la loro discendenza, naturalmente.